Le pagine di Franco Vite

"Quello che abbiamo è quello che ci siamo presi
e quello che ci siamo presi è solo una piccola parte
di cui abbiamo bisogno". Assalti Frontali

Indice

la Repubblica.
Un anno desaparecido

    1.1  Chi Lama il settantasette?
    1.2  Nessun erede, qualche superstite
    1.3  Il silenzio degli innocenti
    1.4  Gli invisibili
il manifesto.
Derive e approdi?

    2.1  Gli invisibili conquistano la societá
    2.2  La storia siamo noi?
    2.3  Gandalf & Majakovskij
    2.4  Mamma li Turchi!
    2.5  Il vaso di Pandora
Quando Eliogabalo incontra Spartaco
    3.1  Figli di nessuno
    3.2  Brutti, sporchi e cattivi

Introduzione

Il lavoro che ho svolto ha come oggetto da indagare la ricezione del movimento del settantasette nel ventennale1.

Per far ció ho deciso di immedesimarmi (per quanto possibile) in un immaginario ventenne che, nel 1997, attratto dal tanto parlare su questo argomento, decide di farsi una propria idea.

Proprio per capire ció ho deciso di non utilizzare tutte le fonti disponibili, ma quelle di piú facile reperimento per il ``cittadino comune''. Quindi i quotidiani piú rappresentativi della sinistra italiana, la Repubblica e il manifesto, e i volumi sull'argomento usciti quell'anno piú facilmente reperibili nelle librerie.

Non mi sono occupato di quelle fonti, numerosissime, provenienti dal variegato arcipelago dei centri di dicumentazione ``militanti'', o dalle riviste di ``movimento'', o di tutta quella letteratura che nel 1997 abbondó nel nostro paese, ma che difficilmente è arrivata alla portata del famoso ``cittadino comune''.

Ho quindi svolto una tradizionale ricerca storica, servendomi del contribto delle biblioteche per reperire le annate del quotidiano la Repubblica. Gli articoli dedicati al movimento del settantasette in quell'annata dal quotidiano romano sono stati sei (6), dalla lettura dei quali è nato il primo capitolo.

1
Luca Villoresi, E venne l'anno della P38, del 10 febbraio 1997;
2
l.v. [ma Luca Villoresi], Pentiti, dissociati? No, una tribú di eclissati, sempre del 10 febbraio 1997;
3
Nello Aiello, E Parigi di innamoró dell'indiano metropolitano, del 12 febbraio 1997;
4
Loredana Lipperini, Nessun erede, qualche superstite, sempre del 12 febbraio;
5
Michele Smargiassi, Noi, figli innocenti di Radio Alice, ancora del 12 febbraio;
6
Simonetta Fiori, Anni settanta. Lo storico è in fuga, del 3 marzo 1997.

Ho controllato piú volte per essere sicuro che non mi fosse ``sfuggito'' qualche articolo ma, evidentemente, per la Repubblica il 1977 non fu un anno a cui dedicare particolare interesse.


Sono andato a Roma alla sede de il manifesto dove ho avuto la possibilitá di consultare il loro archivio. Del quotidiano di via Tomacelli ho consultato anche i quattro fascicoli dedicati al '77 pubblicati per il ventennale. A cui è dedicato il secondo capitolo.


I libri consultati sono tutti quelli usciti quell'anno sull'argomento (quelli di cui mi è giunta notizia e che sono riuscito a reperire). Dalla lettura di questi è nato il terzo ed ultimo capitolo.

1
AA.VV., millenovecentosettantasette, Roma, manifestolibri, 1997.
2
AA.VV., Settantasette. La rivoluzione che viene, Roma, Castelvecchi, 1997.
3
AA.VV., Una sparatoria tranquilla. Per una storia orale del '77, Roma, Odradek, 1997.
4
P. Bernocchi, Dal '77 in poi, Pomezia, Erre emme edizioni, 1997.
5
P. Echaurren, Parole ribelli. I fogli del movimento del '77, Roma, Stampa Alternativa, 1997.
6
M. Grispigni, Il settantasette, Milano, il Saggiatore, 1997.
7
K. Gruber, L'vanguardia inaudita, Milano, Costa & Nolan, 1997.
8
C. Salaris, il movimento del settantasette, Bertiolo, AAA Edizioni, 1997.

Salta agli occhi, il fatto che i sette ottavi dei libri usciti nel 1997 provengano da piccole case editrici, spesso vicine ai ``movimenti di contestazione'' contemporanei (spesso sono nate all'interno di questi movimenti), con l'eccezione del libro pubblicato da il saggiatore.

Se consideriamo che anche il manifesto è un giornale ``particolare''2, si puó tranquillamente affermare che, anche in occasione del ventennale, la stampa (e l'editoria) ``di largo consumo'' non si sono assolutamente occupate del movimento del settantasette.

Cosí come non se ne è occupata, nella maniera piú assoluta, la storiografia italiana e l'accademia.


Dopo tutti questi anni, attorno a questo evento, a mio avviso fondamentale per la storia del nostro paese, ció che si percepisce è un grande silenzio. Come se parlare e studiare i motivi che spinsero migliaia di persone ad essere protagoniste dell'ultima grande rivolta del secolo appena conclusosi (o la prima di quello appena iniziato?), potesse, in qualche modo, agire da contagio. Come se fosse la strnua difesa nei confronti di un qualcosa mai capito, e che si teme che possa riproporsi.

Ringraziamenti

Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza l'amore, il sostegno, l'aiuto di tante persone. E senza la rabbia che continuo a riuscire a sentire tutti i giorni, quando cammino per le strade di questo paese.

Non sarebbe stato possibile, soprattutto, senza la voglia di felicitá che continuo a cercare di vivere, tutti i giorni.

Voglio ringraziare, prima di tutti, i miei genitori, per l'amore, incondizionato, che mi hanno sempre dato.

Voglio ringraziare la donna che amo, con cui sto imparando cosa sia, veramente, la libertá.

Tutte/i quei/lle compagne/i con cui condivido, in qualunque modo, la voglia di vivere in un modo migliore.

Infine, dedico questo misero lavoro, a tutti/e coloro che hanno lottato, e continuano a lottare, perche' la memoria delle gioie e dei dolori, della passione e della sofferenza di questo modo non siano seppelliti sotto un cumulo di macerie e idiozia.


A Primo Moroni.

Capitolo 1
la Repubblica.
Un anno desaparecido

Sta nel fondo dei tuoi occhi.
Sulla punta delle labbra,
sta nel corpo risvegliato
nella fine del peccato.
Nelle curve dei tuoi fianchi
Nel calore del tuo seno.
Nel profondo del tuo ventre.
Nell'attendere il mattino.
Sta nel sogno realizzato,
sta nel mitra lucidato.
Nella gioia e nella rabbia,
nel distruggere la gabbia.
Nella morte della scuola,
nel rifiuto del lavoro.
Nella fabbrica deserta,
nella casa senza porte3
...

1.1  Chi Lama il settantasette?

Il Settantasette comincia con la "Circolare Malfatti" (dal nome dell'allora Ministro della Pubblica Amministrazione) del 3 dicembre 1976. Essa prevede l'introduzione di due livelli di laurea, la suddivisione dei docenti in due ruoli distinti (ordinari e associati), la creazione di una gerarchia piramidale di organi di gestione, dove, ovviamente, ai professori ordinari è garantita la maggioranza, il controllo rigido dei piani di studio, l'abolizione degli appelli mensili e il raggruppamento degli esami in due sessioni (estiva ed autunnale), l'aumento delle tasse di frequenza, restando inalterato il fondo per gli assegni di studio4.

Il senato accademico di Palermo è il primo (e l'unico) a decidere di applicarla subito; altrettanto rapidamente, il 24 dicembre la facoltà di lettere della stessa città viene occupata.

Da quel momento il fuoco brucia nella prateria ad altissima velocità, e in pochi giorni tutta l'Italia è sconvolta da una nuova girandola di occupazioni, come non se ne erano più viste dal 1968.

I primi mesi del 1977 sono altrettanto caldi, con agitazioni e occupazioni in tutti gli atenei del paese, ma la situazione esplode il primo febbraio: a Roma i fascisti del Fuan fanno un'incursione nella città universitaria. Respinti dagli studenti si coprono la fuga sparando, ferendo gravemente alla nuca Guido Bellachioma, del collettivo di Lettere. La facoltà, già in agitazione, viene occupata.

Il giorno successivo viene indetta una manifestazione di protesta convocata dai sindacati, a cui aderiscono Fgci, Fgsi, Pdup e Ao5.

L'assemblea di lettere non aderisce e organizza un corteo verso via Sommacampagna, dove ha sede il Fronte della Gioventù. A piazza Indipendenza le squadre speciali del Ministero degli Interni disperdono il corteo a colpi di mitra. Cadono feriti Paolo Tommasini e Leonardo ``Daddo'' Fortuna, in seguito accusati di tentato omicidio nei confronti dell'agente Domenico Arboletti, a sua volta gravemente ferito6.

Nello stesso giorno la Commissione Pubblica Istruzione della Camera impegna Malfatti a sospendere a tempo indeterminato la circolare del 3 dicembre.

Questo non ferma il movimento, che al contrario continua ad allargarsi nel paese con nuove occupazioni e grandi manifestazioni (15.000 persone a Napoli il 3 gennaio, in una manifestazione che vede, oltre che agli studenti, la partecipazione di operai, precari e disoccupati; 30.000 a Roma il 9 gennaio, 8.000 a Bologna il 10 gennaio).

Il 15 gennaio, a Roma, 300 militanti del Pci spalancano i cancelli della Sapienza occupata e approvano una mozione che condanna <<le aggressioni ai docenti democratici, l'invasione del rettorato, gli atti di vandalismo>>, annunciando un <<confronto>> tra gli studenti e il segretario della Cgil Luciano Lama7.

Il 17 il ``confronto'' inizia alle 7 e 30, con l'ingresso del servizio d'ordine sindacale che prende possesso di Piazza della Minerva, strappando dai muri tutti i manifesti e cancellando tutte le scritte che ritenute offensive. Alle 10 inizia quello che da subito si capisce vuole essere un comizio. Nessun intervento studentesco è permesso, e quando l'ala creativa del movimento, i famosi indiani metropolitani8 iniziano a lanciare slogan sarcastici nei confronti degli ``invasori'' e alzano un pupazzo che rappresenta il leader sindacale con la scritta ``I Lama stanno in Tibet'', il servizio d'ordine attacca gli studenti (30 feriti, medicati all'infermeria di Lettere e al Policlinico).

A quel punto inizia il tafferuglio, che costringe Lama a finire in fretta e furia il comizio e ad andarsene. Il servizio d'ordine viene travolto, il palco sfasciato e gli ``aggressori'' costretti ad abbandonare l'università.

Dopo gli incidenti interviene la polizia, chiamata dal rettore Ruberti, che sgombera la facoltà.

Questa lunga cronaca serve solo a mò di introduzione ai pochi articoli che la Repubblica dedica al movimento del settantasette nel 1997. Il primo dei quali, del 10 febbraio, scritto da Luca Villoresi9, inizia proprio con la ``cacciata'' di Lama dall'università a Roma e già dal titolo si capisce la ``poetica'' del giornalista e del giornale tutto: E venne l'anno della P38

Le poche righe di prima dovrebbero servire a far capire come il settantasette non sia iniziato con quel 17 febbraio. Nel resto di questo lavoro si vedrà come il settantasette sia stato anche altro, oltre che alla P38.

Il settantasette? E chi se ne ricorda? [...] sarebbe praticamente impossibile spiegare a un ventenne d'oggi l'alchimia di un movimento di autonomi, femministe e indiani metropolitani capace di bollire in un unico pentolone, a fuoco vivissimo, marxismo e dadaismo, droga ed ecologia, radio libere e filosofie orientali, il tutto condito da un pizzico di autodistruzione e da una cucchiaiata di lotta armata, una spezia dal gusto forte, capace di cancellare tutti gli altri10.

Inizia così l'articolo di Villoresi, per descrivere il ``clima'' di quel 17 febbraio 1977, e di tutto il settantasette, senza il minimo approfondimento, mischiando piani e momenti diversi, dando come scenario una violenza generalizzata e poco altro. Citare il dadaismo o le radio libere, ma descrivere minuziosamente solo i fatti di violenza, significa voler dare di quell'anno una connotazione limitata. Sempre la stessa.

Il settantasette inizia sulla scia della delusione per le elezioni del 20 giugno 1976. Le speranze della sinistra, parlamentare e non, di arrivare alla maggioranza relativa, vengono infrante dall'ennesima vittoria della Democrazia Cristiana. Gli effetti di quella che venne vissuta da tutta la sinistra come una sconfitta si fecero sentire rapidamente. Poco dopo le elezioni ci fu lo scioglimento di Lotta Continua, deciso al congresso da un gruppo dirigente che molto aveva puntato sulla vittoria elettorale, e che si trovava messo in discussione dalla componente femminista del partito e dall'ala più estremista, quella che gestiva il servizio d'ordine. Villoresi cita anche lo scioglimento di Potere Operaio, che però è del 1973 e non del 1976 come viene detto11. Comunque tutti i gruppi escono malconci dalle elezioni, provocando un ritorno a quelle dinamiche e tematiche che emersero già nel '68, ma che ebbero vita breve.

La crisi dei gruppi segna una sorta di ritorno del represso. Rispuntano lo spirito libertario e lo spontaneismo del '68 fino ad allora ingabbiati dalle ortodossie e dalle burocrazie del marxismo leninismo. Il ``personale'', a lungo soffocato dal ``politico'' e dai rigori della militanza, reclama la sua parte alzando le insegne del femminismo e quelle di ogni possibile diversità. C'è chi si dà all'autocoscienza, chi si fuma gli spinelli, chi si avvia sulla china dell'eroina. Il fronte degli interessi si allarga a temi fino a quel momento considerati troppo borghesi12.

C'è in questo brano il riassunto di almeno dieci anni di vita di un movimento, se non di piu' movimenti. Quella parte del movimento del '68 che divenne minoritaria nel giro di pochi mesi, quella antiautoritaria, libertaria, che fondava il proprio agire sul quotidiano e sulla politica vista come parte integrante della propria vita. Una parte che poi portò a Re nudo, mitica rivista che, in pochi anni, unì migliaia di giovani e meno giovani che iniziarono ad incontrarsi in feste collettive in cui il proprio vissuto aveva la stessa importanza della formazione politica in cui si militava, se non di più; che portò al movimento femminista, a concetti come ``il personale e politico'' che furono deflagranti tanto quanto le elezioni del giugno '76; che portò all'esperienza dei Circoli del Proletariato Giovanile (da ora CPG)13, predecessori dell'odierna esperienza dei Centri Sociali Autogestiti14. Con tutte la sua intelligenza e forza, con tutte le sue debolezze, e le sconfitte.

Chi si <<dava all'autocoscienza>> spesso si fumava gli spinelli, e anche questo era (ed è, talvolta ancora oggi) un gesto ``politico''; l'eroina divenne una piaga per il nostro paese dopo la stagione dei movimenti, in particolarmodo dalla fine degli anni '70, per esplodere con i primi anni '80. E non sono i movimenti che devono rispondere di questa vergogna.

Le armi della critica, però, verranno presto cancellate dalla critica delle armi. La compagna P38 impone la sua linea. E il movimento del '77, che a settembre, nel convegno nazionale di Bologna, anzichè trovare una ragione di unità finirà per sanzionare l'incompatibilità delle sue anime, si impelaga in una cronologia sempre più drammatica. [...] La lotta armata è già attiva e sebbene il fenomeno sia ancora limitato è ormai ben delineato dalla formazione dei suoi gruppi storici15.

Questa dotta parafrasi dà la misura della filosofia de la Repubblica. Un percorso, quello che ci propone Villoresi, lineare, chiaro nella sua conclusione. Dal '68 al '77 c'è una parte del movimento di contestazione che, quando in maniera evidente, quando ``carsicamente'', porta tensioni non solo politiche, o almeno non classicamente politiche. Queste possono vedersi negli studenti dei primi mesi del '68 stesso, nel femminismo, anche negli indiani metropolitani (nonostante tutto). Quella parte di movimento che Villoresi dice sia essere animata da <<spirito libertario>> e spontaneista. Giustamente. Parte, però, che è condannata a venire nuovamente ``sconfitta'' da quella ``violenta'', quella dei burocrati dei partiti extraparlamentari prima e dagli ``autonomi'' poi (definizione che vale per tutti e tutte coloro che, in qualsiasi modo, fanno anche della violenza uno strumento di lotta).

Fu un sessantotto ritardato, esacerbato, meno fantasioso. Sembra fatto apposta, quel Settantasette, a dar ragione ai denigratori delle radiose giornate di nove anni prima, a chi vi vede il seme nascosto della violenza politica. [...] Le ansie libertarie manifestatesi nella contestazione sessantottina danno l'impressione di diventare meri pretesti di sopraffazione. E' l'università, come allora, il primo teatro delle gesta giovanili. Qui, con le minacce a docenti di ogni sfumatura culturale, e la quasi aggressione tentata ai danni di Luciano Lama nei viali della Sapienza, la ``generazione del '77'' ha fatto in febbraio il suo esordio16.

Appunto: con Nello Aiello il settantasette diventa, definitivamente, la fucina del terrorismo. Non ci sono più le femministe, le radio libere, le sperimentazioni linguistiche e di vita, ma solo ed unicamente violenza ed emarginazione. Anche gli indiani metropolitani non sono che l'immagine eclatante di questa situazione.

Il ``settantasettino'' ha una fisionomia sconcertante. ``La sua faccia è tinta con i segni dei pellerossa'', lo descrive Alberto Ronchey sul Corriere della Sera. [...] Alberto Asor Rosa li considera gli esponenti tipici di una seconda società (Le due società si chiamerà un suo saggio17), fatta di emarginati, di senza lavoro, di esclusi dal quel mondo di certezze di cui il Pci è il difensore accreditato sotto il mantello di una moderata partecipazione ai vantaggi del potere. Siamo agli esordi del compromesso storico, che per questi giovani ultrà s'identifica con la ``repressione''18

La <<fisionomia sconcertante>> di cui parla Aiello non produce alcuna curiosità, ma rifiuto e paura. La ricchezza di un movimento che non nasce quell'anno per poi sparire, ma che ha le radici, come dice lo stesso Villoresi, negli articoli citati, già nel '68, per emergere in seguito, e con forza, dal 1975 in poi, non è minimamente indagata.

Che dalla Francia una parte dell'intelighenzia solidarizzasse con il movimento italiano, non solo non induce in una rilettura di quel periodo, ma serve a gettare discredito su quella parte della cultura d'oltralpe che ha sempre dato fastidio: Sartre, Deleuze, Guattari, Foucault, che neanche viene citato.

L'appello firmato da centinaia di intellettuali francesi nell'estate di quell'anno, in appoggio al Convegno contro la repressione che si sarebbe tenuto a settembre a Bologna, oggi come allora viene deriso se non condannato.

L'Italia che emerge da quel testo è un paese autoritario, caduto sotto il dominio di un ``partito unico'', nato dalla somma Dc+Pci. Il ``collante'' di questo mostro politico è, appunto, la soppressione di dello Stato di diritto. Si tratta di una lettura alquanto semplicistica dell'Italia del '77, fra intemperanze degli autonomi, delitti delle Brigate Rosse, agguati, ferimenti, devastazioni, ``gambizzazioni'' e assassinii di intellettuali, sindacalisti, giornalisti, agenti di polizia. I tentativi del governo di arginare questa deriva, magari anche maldestri e improvvisati, vengono liquidati come persecuzione del dissenso19.

Leggere: <<si tratta di una lettura alquanto semplicistica>>, lascia onestamente esterefatti. In poche righe Aiello riesce a parlare di tutto, eccetto che del movimento del settantasette. Gli assassinii, le gambizzazioni non furono fatte dai giovani e dalle giovani militanti del movimento.

Definire <<maldestra e improvvisata>> la legislazione ``speciale'', messa in atto proprio nel '77 dal governo italiano, e ancora oggi in vigore, questo è veramente semplicistico. Chi, sventuratamente, si avvicinasse alla storia del settantasette attraverso questo genere di articoli, ne avrebbe una visione quantomeno limitata; per non dir di peggio.

Ad aiutare questa lettura c'è il Partito Comunista Italiano, che in quell'anno è il principale avversario del movimento. E la Repubblica lo sottolinea con forza.

E i comunisti? [...] Li conoscono, questo si, e li giudicano. Malissimo. Il sindaco di Bologna Renato Zangheri ha chiamato ``teppisti'' i giovani extraparlamentari. Giancarlo Pajetta ha parlato di ``marcia su Bologna''. Enrico Berlinguer, gli autonomi li ha definiti manzonianamente ``untorelli'', aggiungendo che ``non riusciranno a spianare'' la città emiliana. [...] ``Lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo'', insiste Berlinguer, i 'movimentisti del '77' ``non sono definibili con altro termine se non quello di nuovi fascisti''20.

Meriterebbe un lavoro a parte l'atteggiamento del Pci nei confronti del movimento del settantasette e dei movimenti extraparlamentari degli anni settanta in genere. Queste brevi note, riportate con gusto da Aiello bastano, in questa sede, a dare la misura di un rapporto che non è mai stato cercato, anzi. Definire i militanti del movimento di quell'anno <<fascisti>> è come una dichiarazione di guerra. Considerando che i veri fascisti non stavano a guardare, come la storia delle stragi, di cui il nostro paese è stato insanguinato, sta a dimostrare.

1.2  Nessun erede, qualche superstite

<<Che fine hanno fatto i ragazzi del '77? Eclissati>>21. Così inizia un articolo di Villoresi, in cui viene data la parola a persone che, in qualche modo, hanno fatto o avuto a che fare con il movimento del settantasette.

A differenza di altri militanti, quelli del settantasette, nella loro maggioranza, hanno fatto la scelta di chiamarsi fuori, <<senza cambiare identità>>. C'è chi è passato per il terrorismo e chi per la droga; chi <<ha cambiato idee e stile di vita, ed è diventato irriconoscibile>>; chi è <<rimasto nelle trincee dell'opposizione estrema>>22.

Gli eclissati, per l'appunto, disertori di una politica che, già nel 1978, imponeva scelte secche (o di qua o di là) senza lasciare troppo spazio a chi non voleva stare ``nè con lo stato nè con le br''23.

Villoresi, in queste annotazioni, dà al termine ``politica'' una connotazione strettamente militante. Non c'è politica se non in un partito-gruppo-collettivo; il resto è vita privata. Chi, di quella generazione, continua a fare attività, è rimasto <<nelle trincee dell'estrema sinistra>>, o è un irriducibile24. Molti e molte, invece, senza far successo o carriere particolari, come è accaduto a tanti sessantottini25, hanno scelto una strada diversa.

Un universo molto più ampio di quello che si racconta, perchè per uno che si è messo sotto i riflettori, ce ne sono altri mille che che non vogliono fare notizia e continuano a fare quello che devono e credono giusto senza troppa pubblicità: maestri a sinistra delle loro classi, psicologi che lavorano nei quartieri, padri che hanno pulito il sedere ai bambini, madri che insegnano ai loro figli a credere nelle cose in cui loro hanno creduto26

Queste parole di Piertro Bernocchi, uno di quelli che per il nostro giornalista è rimasto nelle trincee, dicono molto di quelle persone. Gente che ha avuto nei rapporti di vita, nelle relazioni, molto della propria militanza. Un atteggiamento, questo, che spesso, se non sempre, risulta inspiegabile per chi vede nella politica una cosa che, in un modo o nell'altro, deve avere la maiuscola davanti.

Un'infornata di quarantenni che, bruciata la sua stagione in pochi mesi, sembra aver coltivato una vocazione non ancora ben messa a fuoco dai sociologi, ma tratteggiata, ad esempio, dai personaggi di certi film di Gabriele Salvatores: quelli che si sono chiamati fuori, senza cambiare identità27.

E' significativo come, ancora oggi, quello che non è spiegabile vada in qualche modo esorcizzato attraverso l'analisi ``scientifica'', come se ci si trovasse di fronte ad un pericoloso virus. In questo caso l'''esperto'' evocato e' il sociologo, ma sarebbe potuto tranquillamente essere lo psicologo.

Altrettanto interessante è notare come il vecchio metodo idealista, quello che faceva dire a Benedetto Croce che il fascismo è stata una parentesi della storia italiana, si ripresenti nelle pagine di un quotidiano progressista alla fine del millennio. Chi ha fatto il settantasette non ha storia, non ha un futuro (se ne è <<tirato fuori>>), e non ha un passato: ha bruciato <<la sua stagione in pochi mesi>>. Una meteora inesplicabile, una parentesi della storia italiana che, come la Repubblica dimostra, va raccontata quasi sottovoce. Come se una mattina del febbraio 1977 centinaia e migliaia di più o meno giovani, colti da improvvisa follia, si fossero riversati in strada, scalmanati e inferociti, e altrettanto repentinamente se ne fossero tornati a letto, tranquilli, una sera del settembre dello stesso anno.

Eppure c'è molta storia, prima e dopo, in quella generazione. La prima generazione che sia cresciuta nella piena modernità. Giovani dalla scolarità lunghissima e generalizzata, come mai si era vista nel nostro paese; con una grande consuetudine a rapportasi con quelli che poi sarebbero stati definiti ``media''; con la percezione, per la prima volta, della caratteristica ``globale'' del nostro tardo novecento. Una generazione che ha fatto proprie, e in alcuni casi ha creato, parole d'ordine che mai s'erano sentite prima. Slogan che però avevano la qualità di essere immediatamente messi in atto. Così il ``rifiuto del lavoro'' non veniva solo urlato nelle piazze e nei giornali, ma veniva messo in pratica, con un ribaltamento totale della propria vita quotidiana.

Ma ancor di più, una generazione che ha deciso di fare della propria vita un percorso autonomo, e che della propria autonomia ha fatto una ragione di vita. In tutti i campi.

Una generazione che poco ha potuto contro i mostri.

La deriva terroristica e quella dell'eroina, due fenomeni che pure hanno segnato l'autodistruzione di una parte del '77, in termini quantitativi rappresentano una porzione irrilevante rispetto alle decine di migliaia di persone che erano scese in piazza. Cosa hanno fatto tutti gli altri? Molti hanno messo a frutto l'esperienza di quell'ondata di creatività sul piano comunicativo. E si sono trovati lavori centrati per l'appunto sulla comunicazione finendo sul mercato come pubblicitari, giornalisti, editori... Molti operai giovani, specie al nord, hanno rifiutato il lavoro salariato fisso e sono diventati piccoli imprenditori o lavoratori saltuari inseriti in un ciclo di lavoro flessibile28.

Così sintetizza Sergio Bianchi, giovane militante dei CPG, esule a Parigi dopo il 1978, attuale direttore di una delle maggiori riviste teoriche dell'''antagonismo'' italiano.

Descrive un percorso che già allora, a metà degli anni settanta, alcuni intellettuali del movimento avevano profilato, e che molti di quei giovani avevano cercato di fare proprio. A proprio modo.

Leggendo questi articoli, queste interviste, viene da chiedersi chi sono i ``reduci''. La capacità di rapportarsi al contemporaneo, (a quei temi che oggi sono tanto di moda, ma che già vent'anni fa erano negli indici delle riviste di movimento), è stata propria, e in parte lo è ancora, di questa generazione.

Vingt ans apres, monsieur Bifo, un sindaco c'è ancora, un movimento no. Chi aveva dunque ragione? <<Questa domanda fa parte del grande fraintendimento del '77. Quel movimento non si proponeva vittorie politiche e annientamento del nemico. I toni erano esasperati, quell'anno, non perchè Zangheri fosse un criminale patentato, che non era, ma perchè percepivamo un grande pericolo>>. Quale? <<Gli anni Ottanta. Il sopravvenire di un'epoca di barbarie scatenata, l'epoca dei post, postmoderno, postindustriale, forse postumano, che è quella in cui viviamo oggi. La vedevamo in anticipo su tutti. Liotard scrive il suo saggio solo un anno dopo>>. Non e' senno di poi? <<Parlavamo e scrivevamo già allora di comunicazione orizzontale, di reti non gerarchiche... Rileggere per credere.>>29

.

Non poteva assolutamente mancare l'intervista a Franco Berardi, ``Bifo'' allora come oggi. Che dice, cose molto interessanti, tra lo stupore e lo scetticismo dei Smargiassi. Il movimento del settantasette, così come quello di CPG30, furono un potente veicolo di socializzazione dei saperi. La produzione di riviste e giornali, fogli volanti e fanzine fu immensa31, così come la produzione di informazione. Tanto che sono stati scritti alcuni libri e saggi specifici su questo argomento32. Affermare, come fa Bifo, che il movimento del settantasette <<non si proponeva vittorie e annientamento del nemico>>, è destrutturare completamente il comune sentire. Ma è quello che il movimento di allora, o almeno, il movimento di cui era parte Bifo, faceva e diceva: nel giugno del 1977 A/traverso33 titolava, ``La rivoluzione è finita. Abbiamo vinto34''.

Anche sull'argomento ``violenza'' Bifo non si tira indietro, anche se, come sempre in questi casi, la colpa è degli altri.

Comunque, gli spari che assassinarono Lorusso segnarono l'inizio della quaresima. E dopo il caotico convegno di settembre molti di voi scelsero la lotta armata. <<Molti scelsero, anzi, furono scelti, dall'eroina: non dimentichiamoci questo. Alcuni sì, scelsero la clandestinità. Ma io continuerò sempre a negare qualsiasi derivazione meccanica del terrorismo dal Movimento. C'è la prova provata: a Bologna gli atti di terrorismo furono pochissimi, i terroristi bolognesi sono andati a militare in altre città: la risposta terrorista era più vecchia del pensiero che avevamo elaborato>>. Vi era chiara questa differenza? <<Chiarissima. Nostra colpa fu non averla esplicitata fin dal primo giorno, per uno stupido senso di omertà, o per la giusta paura di introdurre letali tensioni nel movimento. Così a settembre il convegno sulla repressione fu la scena della sopraffazione politica di una minoranza di retrogradi leninisti su una maggioranza che cercava la forma di una nuova convivenza, non di un'organizzazione armata>>35.

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Come vedremo dopo, parlando de il manifesto, anche Bifo vede nella <<minoranza violenta>> la causa della fine di un movimento, che operò una <<sopraffazione politica>> nei confronti della <<maggioranza>> che cercava un nuovo modo di vivere. A mio avviso, questa è una lettura molto faziosa delle vicende di quegli anni, assolutoria, direi. La storia della fine degli anni settanta, e dei primi anni ottanta è anche la storia della ritirata di quella generazione. Sicuramente una ritirata più dignitosa rispetto ai militanti del precedente ciclo di lotte.

Comunicazione e tivù negli anni Ottanta hanno pescato a piene mani dallo spirito del '77. Ma c'è una differenza fra noi e certi cinici di Lotta Continua che affolano le televisioni di Berlusconi. Loro, persa la speranza, si sono ricostruiti integralmente dall'altra parte, accettando tutti i valori degli anni Ottanta. Noi non abbiamo mai smesso di pensare che potremmo incontrarci ancora da qualche parte36.

Ma è stata anche storia di violenza, subita e inferta. In taluni, disperati casi, folle e cieca. In altri uno strumento di lotta ragionato37. Non fare i conti con questa caratteristica che tutti i movimenti degli anni settanta hanno avuto, significa non voler fare i conti con quelle storie.

Non poteva, infine, non esserci un parallelo tra il movimento del settantasette e quello, a noi contemporaneo, dei Centri Sociali Autogestiti (da ora Csa). Collegamento che c'è, essendo i Csa nati proprio alla metà degli anni settanta38. <<I linguaggi creativi e il gergo telematico, le radio libere e le reti>>, ci dice la Lipperini, sono possibili punti di contatto; ma tante sono le differenze, <<anche perchè non esiste il movimento del 1997...>>39

Dal '77 - spiega Sandrone Dazieri, esperto di culture giovanili e a lungo militante del milanese Leoncavallo - i centri sociali hanno mutuato, differenziandole, non poche tematiche: riappropiazione delle aree cittadine, autogestione della vita, conflittualità verso ogni forma di dominio. La rottura col passato è avvenuta soprattutto sul terreno della comunicazione: il cyberpunk è stato considerato eretico da molta parte della generazione del '77, che guardava con molta attenzione ai mezzi di informazione, ma con molto sospetto alla tecnologia, che invece può essere usata, e lo si è visto, in forma sovversiva40.

Mi pare evidente la diversa declinazione che danno i testimoni del termine e del concetto di politica, rispetto a quella data dai giornalisti de la Repubblica fin qui incontrati. Anche nella testimonianza di Dazieri emergono con forza quelle caratteristiche che furono peculiari del settantasette: il rifiuto di ogni potere e la volontà di <<autogestione della vita>>; caratteristiche che sono proprie anche del ``movimento'' dei Csa, al di là delle differenze. Per la Lipperini, soprattutto differenze: <<anche perchè non esiste il movimento del 1997...>>.

Questa incapacità di scorgere il diverso rapporto con la categoria di ``politico'' che i giovani militanti di allora, così come quelli di oggi, avevano, diventa anche incapacità di leggere, di dare una lettura storica degli avvenimenti di quegli anni. Una stagione che mette in discussione le categorie fondanti dell'agire politico, in maniera tale che i suoi effetti si vedono ancora oggi in molti ambiti, andrebbe studiata cercando di capire come e perchè si sono mossi i suoi protagonisti. Dice ancora Sergio Bianchi:

Il 1977 - dice - ha portato alle estreme conseguenze il ciclo di esperienze maturate nel Novecento intorno all'immaginario rivoluzionario classico. E ha consumato, dunque, la politica nel suo complesso: da quel momento non è stato più possibile immaginare che la politica potesse governare l'esistente. Da qui, e dalle dirette influenze del No future del punk, nasce un preciso atteggiamento dei centri sociali: nessun futuro, nel senso di nessuna politica possibile, ma secessione e rottura con l'esistente41.

1.3  Il silenzio degli innocenti

E' evidente, spero, la diversa lettura che danno di quei mesi i protagonisti e i giornalisti de la Repubblica, e quest'ultima citazione ne é il momento più evidente.

Il giornale romano, in un anno, pubblica cinque (5) articoli per parlare di un movimento che, comunque sia, sconvolse il nostro paese per molti mesi, scomodando l'intervento di capi di partito, di ministri, di tutori dell'ordine, in tutte le loro forme.

Cinque articoli per parlare di un movimento che, come é stato accennato, e come io penso, modificò radicalmente il modo di fare e di vivere la politica per molta gente, e per molto tempo.

I giudizi che vengono dati del movimento del settantasette, per la loro superficialità e inconsistenza, hanno dello stupefacente. Un silenzio assordante, che proprio per questa sua evidenza diventa interessante.

Come mai un disinteresse così totale? Questa domanda, quasi banale, ha delle radici molto profonde, che partono dal mondo della storia ``accademica'', altrettanto indifferente a questi temi. Così indifferente, che anche la Repubblica se ne accorge.

E gli anni Settanta irruppero prepotentemente su quotidiani e Tv. In modo sgangherato, confuso, per segmenti parziali e contraddittori [...]. Una rappresentazione stridente, che mescola memorie divise e antagonistiche, tanto più rumorosa quanto più dissimula omissioni, reticenze, imbarazzo. Perché, degli anni Settanta, sarebbe vano ricercare uno spartito consolidato. E' il decennio più chiacchierato ma meno studiato della storia d' Italia, il "più incanaglito" lo definisce Gian Enrico Rusconi, il più rimosso e irrisolto. Un buco nero con il quale gli italiani non hanno mai fatto i conti: né sul piano giudiziario né su quello storiografico42.

Effettivamente, poco é stato scritto sugli anni settanta dalla storiografia italiana, se non qualche saggio divulgativo, spesso se non sempre incentrato sul sessantotto, o qualche contributo in volumi collettanei. La mole maggiore di titoli sull'argomento arrivano da giornalisti e i risultati lasciano spesso a desiderare43.

Fare i conti con gli anni Settanta - risponde L. Massimo Salvadori, significa misurarsi con un passato non ancora digerito, con un' eredità un po' ingombrante. Si tratta del decennio repubblicano che vide il più grave attacco allo Stato democratico. Studiare il terrorismo comporta riconoscere che non si trattò di un fenomeno isolato, senza radici: il terrorismo rosso s' avvalse della solidarietà di alcune centinaia di estremisti extraparlamentari; il terrorismo nero beneficiò della regia di apparati dello Stato. [E sul versante del terrorismo rosso, riconoscerne il radicamento] significa denunciare le insufficienze della sinistra istituzionale - sia del Pci che del Psi su piani diversi - e d' una intera classe dirigente, fortemente screditata dalle radicali lacune dei governi di centrosinistra e dalla dilagante corruzione. Quando centinaia di giovani si trasformano in militanti clandestini e poi finiscono per diventare terroristi, il loro distacco dalla realtà sociale é il prodotto di una grave inadeguatezza delle forze politiche che può essere ancora oggi imbarazzante analizzare44.

Le parole di Massimo Salvadori, insigne storico di tradizione marxista, sono indicative di alcuni aspetti del rapporto tra la storiografia italiana (quella di sinistra, in particolar modo) e la storia degli anni settanta.

Gli anni settanta sono stati il <<decennio repubblicano che vide il più grave attacco allo Stato democratico>>. Null'altro. Studiare quegli anni significa <<studiare il terrorismo>>. Le lotte studentesche e operaie, le conquiste democratiche ottenute grazie a quelle lotte, il cambiamento dei costumi avvenuto proprio in quegli anni, non sono mai avvenuti. Due generazioni di giovani italiani e italiane si sono formati in quegli anni, anni in cui tutto il modo di vivere, in particolar modo dei giovani, cambia radicalmente. Ma quando si pensa a questo, l'unica cosa che viene da dire, a Massimio Salvadori, riguarda il distacco dalla realtà di coloro che scelsero la via del terrorismo. Tutti gli altri e le altre, invisibili.

Eppure non é sempre stato così, ci ricorda Giovanni De Luna.

A vent' anni dal 1945 esistevano moltissime opere storiograficamente consolidate sulla Resistenza. Come spiegare dunque questa lacuna sui Settanta? Hanno certo un peso rilevante motivazioni soggettive: oggi la gran parte della storia contemporanea vede protagoniste persone che hanno partecipato al Sessantotto. Deve evidentemente esserci qualcosa nel vissuto degli storici che rende difficile lo studio di quegli anni. [Non è operazione semplice] passare dall' autorappresentazione fatalmente edificante alla consapevolezza critica e al distacco necessario45.

L'esempio é calzante. Il ``classico'' della storiografia italiana sulla Guerra di Liberazione é del 195346; erano quindi passati solo otto anni dalla fine della ``resistenza'', eppure c'era già chi iniziava a ragionare sull'argomento da un punto di vista storiografico, e non solo giornalistico o memorialistico47. Eppure anche in quegli storici c'era la materialità di un'esperienza finita da poco. Esperienza non priva di traumi, reticenze, conflitti48, ma comunque affrontata.

Come mai questo silenzio assordante, sugli anni settanta? Per rispondere adeguatamente a questa domanda, sarebbe necessario un lavoro di ricerca molto più approfondito di quel che questo paragrafo mi consenta. Tuttavia le citazioni riportate sopra danno la possibilità di fare qualche riflessione.

Riconoscere il radicamento delle lotte degli anni settanta (del terrorismo, dice Massimo Salvadori), <<significa denunciare le insufficienze della sinistra istituzionale - sia del Pci che del Psi su piani diversi - e d' una intera classe dirigente, fortemente screditata dalle radicali lacune dei governi di centrosinistra e dalla dilagante corruzione49>>. Un radicamento che va oltre il Partito Comunista e il Partito Socialista, in molti casi contro. Partiti, in particolar modo quello Comunista, che storicamente hanno avuto il ``monopolio'' delle lotte sociali, e che proprio a partire dal sessantotto e per tutti gli anni settanta gli é stato levato. Su questo argomento ha scritto delle pagine molto belle Marco Revelli50.

La sfida era dunque alta, tale da raggiungere il cuore del `moderno' principe (il quale poteva, appunto, rimanere tale finché avesse mantenuto il monopolio della legittimazione operaia). E da modificarne nel profondo il rapporto con quella dimensione costitutiva del `politico' nella modernità compiuta che é la `mobilitazione', trasformandola per la prima volta da risorsa a minaccia. Da moltiplicatore della credibilità istituzionale spendibile sul mercato politico (come era avvenuto dal 1945 in poi in Italia) in fattore di potenziale delegittimazione politica e di dissoluzione identitaria. La `mobilitazione', infatti, costituisce una risorsa politica solo fintantoché il soggetto che se ne avantaggia ne mantiene anche il controllo: finché, cioè, esso può scambiare il proprio potenziale moderatore con vantaggi in termine di potere. Oppure fintantoché essa assume un forte carattere strumentale: come `mezzo' di pressione per ottenere obbiettivi qualificanti in un'arena in cui comunque sia indispensabile la mediazione di un soggetto istituzionale consolidato e già riconosciuto. Quando invece la mobilitazione costituisce il vettore portante su cui si definisce e si aggrega un'identità collettiva incontrollata, incontrollabile, o addirittura antagonista - come avvenne a partire dal '68 studentesco, e in miisura più pericolosa con il '69 operaio -, favorendo l'accesso all'arena politica di nuovi soggetti; oppure quando essa assume carattere prevalentemente espressivo, finalizzato all'autonomia dei protagonisti collettivi stessi, allora comincia, per così dire, a `lavorare a rovescio': riduce anziché dilatare il sostegno nei confronti dei mediatori istituzionali consolidati [...]. Si spiega così il temporaneo, ma netto `passo indietro' dal sociale compiuto in questi anni dal Pci. Il suo improvviso ritirarsi da una `società civile' in cui invece aveva fino ad allora cercato tenacemente un radicamento. [...] Il principale partito della sinistra non opta, in questa fase, per la mobilitazione competitiva. O comunque non sembra privilegiare la via della competizione diretta con le nuove identità politiche all'interno dei movimenti stessi, sul piano della capacità di estendere e radicalizzare della protesta sociale. Al contrario, pur con contraddizioni e differenza da situazione e situazione, lascia prevalere una linea di prevalente distacco, e sempre più spesso di contrapposizione rispetto ai contenuti e alle forme di lotta prevalenti nell'area della protesta. [...] Sono sempre meno numerose le iniziative di protesta promosse direttamente dal Partito comunista, sia in fabbrica che nel `sociale', mentre si moltiplicano gli interventi `moderatori' compiuti dalla sua struttura sia all'interno dei movimenti che nelle realtà produttive51.

Quanto scrive Revelli in queste pagine é valido per tutti gli anni settanta. Una mobilitazione in cui la tradizionale `mediazione politica' del Pci viene a mancare, obbliga la `società civile' a farsi carico del conflitto continuo con `società politica'52.

La società civile fu `caricata' di una dimensione mobilitativa assoluta. Monopolizzò, per così dire, la dimensione quotidiana della mobilitazione, sottraendola alla società politica, la quale ne risultò in qualche modo svuotata, neutralizzata, o comunque fortemente indebolita fortemente nella propria capacità di mediazione53.

Queste <<insuffucenza>>, per dirla con Massimo Salvadori, evidentemente sono ferite ancora tanto aperte, quanto quelle del terrorismo, e portano gli storici contemporaneisti a non occuparsi di queste vicende.

Anche la situazione anagrafica deve avere la sua parte. Molti di questi storici sono persone che hanno avuto a che fare, in qualche modo, col '68 e con i movimenti successivi. O con il Pci, la sua storia e la sua tradizione. Come dice De Luna, << hanno certo un peso rilevante motivazioni soggettive. [...] Deve evidentemente esserci qualcosa nel vissuto degli storici che rende difficile lo studio di quegli anni>>.

1.4  Gli invisibili

Cosa rimane al nostro ventenne, dopo la lettura de la Repubblica, uno dei maggiori quotidiani liberal-democratici del nostro paese? Che idea si sarà fatto del settantasette?

A mio avviso nessuna. Non c'é mai stato il settantasette, ma solo qualche episodio di teppismo giovanile, fomentato e amplificato dal periodo burrascoso in cui é avvenuto, la seconda metà degli anni settanta, e per l'influenza nefasta di autonomi54 e brigatisti.

La storia delle lotte e dei deliri, della gioia e della paura, delle conquiste e delle tragedie di quelle migliaia di persone che fecero il settantasette, il nostro amico dovrà andarle a cercare altrove.

[...] adesso la grande paura era passata i padroni erano di nuovo sicuri di sé erano tornati a sfoggiare i loro soldi le loro Rolls Royce per le strade le loro pellicce i loro gioielli alla Scala e adesso tutta la gente e anche tanti di quei compagni pensavano solo a lavorare e a fare i soldi a dimenticare tutto quello che era successo prima quando si credeva che tutto forse stava per cambiare55.

Capitolo 2
il manifesto.
Derive e approdi?

Sta nell'immaginazione,
nella musica sull'erba,
sta nella provocazione,
nel lavoro della talpa,
nella storia del futuro,
nel presente senza storia,
nei momenti di ubriachezza,
negli istanti di memoria.
Sta nel nero della pelle,
nella festa collettiva,
sta nel prendersi la merce.
Sta nel prendersi la mano,
nel tirare i sampietrini,
nell'incendio di Milano,
nelle spranghe sui fascisti,
nelle pietre sui gipponi.56

2.1  Gli invisibili conquistano la societá

Il manifesto si occupa con grande attenzione del ventennale del settantasette, pubblicando quattro inserti e ristampando in volume l'inserto speciale del 198757. Quello di cui si sente maggiormente la mancanza è un serio dibattito sul giornale, sul quale riemergono vecchi rancori (gli ``autonomi'' che litigano con i ``moderati''), le recensioni dei (pochi) libri usciti, qualche memoria.

La politica separandosi si fa affare, si vende, si compra, ha fini bassi. Tutte le domande aggrovigliatesi e rimaste eluse negli anni '70 ricascano nel corrompersi della scena politica e nelle modificazioni telluriche di quella sociale. [...] L'asprezza del 1977 e delle reazioni al 1977 sono, visti da oggi, un segnale dell'arrivo a zone estreme del conflitto reale, dell'idea stessa di cosa sia una societá accettabile, di che cosa possa essere la sua norma, di che cosa ne siano gli strumenti, di dove l'ordine diventi paralizzante e dove lo diventi il disordine. Non è un pezzo di archeologia, è un memorandum sul presente58.

Cosí scrive Rossana Rossanda nel gennaio del 1997, con una nota di biasimo quasi piú verso se stessa che verso altri, non essendo mai stata molto ``tenera'' nei confronti di quel movimento, e vedendo in esso solo i prodromi del ``terrorismo''.

Nel marzo del 1973, a Torino, si susseguono incessantemente scioperi per il rinnovo del contratto alla FIAT. La piattaforma sindacale chiede inquadramento unico, paritá di trattamento per quanto riguarda le ferie, settimana di 40 ore su cinque giorni settimanali (il sabato libero) e riduzione delle ore straordinarie obbligatorie. Ma a metá mese si va delineando un accordo insoddisfacente e gli operai lanciano uno sciopero ad oltranza, che in poco tempo si generalizza a tutte le officine di Mirafiori. La mattina del 29, mentre il quotidiano La Stampa annuncia il raggiungimento dell'accordo, gli operai piantano le bandiere rosse sui cancelli della fabbrica59.

Le forme organizzative dell'occupazione rimasero per tutti misteriose, forse per gli stessi operai. Ma certamente lá dentro stava succedendo una cosa molto importante: la nuova composizione degli operai portava dentro la fabbrica modelli di comportamento che piú nulla avevano a che fare con la tradizione del movimento comunista. Questi modelli di comportamento prendevano origine nella vita quotidiana dei proletari di nuova immissione. Non piú immigrati meridionali privi di radicamento nella metropoli, ma giovani torinesi e piemontesi scolarizzati, e formatisi nel clima delle lotte studentesche e delle esperienze aggregative di quartiere. L'occupazione di Mirafiori costituisce la prima manifestazione del proletariato giovanile in liberazione, che costituirá il reticolo sociale portante delle lotte degli anni seguenti, fino all'esplosione del 197760.

Quell'occupazione dichiaró guerra alla societá basata sul lavoro salariato, alla prospettiva di una vita passata in fabbrica. E per questi motivi, quella cittadella era tutt'a un tratto inutile, perchè la vittoria conseguita andava ``esportata'' nell'intera societá. Si iniziavano a vedere le prime avvisaglie della crisi, accellerate dal rincaro del petrolio, che mettevano sulla scena politica nuovi attori: inflazione, disoccupazione, lavoro nero, sempre maggior marginalizzazione dei piú deboli.

Le urla senza senso, senza piú slogan, senza piú minacce ne promesse dei giovani operai con il fazzolletto rosso legato intorno alla fronte, i primi indiani metropolitani, quelle urla annunciavano che una nuova stagione si apriva per il movimento rivoluzionario in Italia. Una stagione senza idiologie progressiste ne fiducia per il socialismo, senza nessuna affezione per il sistema democratico. ma anche senza rispetto per i miti della rivoluzione proletaria, mostrava le sue prospettive. Fu in questo mutamento di scenario che prese forma il nuovo fenomeno politico-culturale dell'autonomia operaia61.

Inizia cosí quella crisi dei gruppi della sinistra extraparlamentare, che ha la prima fragorosa manifestazione nello scioglimento di Potere Operaio, gruppo tra i promotori, insieme a Lotta Continua, degli scioperi e dell'occupazione di Mirafiori62.

Siamo negli anni della grande trasformazione, in cui lo schema macroeconomico affermatosi nel secondo dopoguerra inizia a dare segni di cedimento nel rapresentare l'evoluzione ecoonomica.

Nel 1971 ha termine il regime di cambi fissi basato sul dollaro che, a livello internazionale, ha retto per 25 anni il commercio mondiale, mettendo in crisi l'egemonia dell'economia statunitense e la stabilitá dei mercati valutari e finanziari internazionali. L'instabilitá di questi mercati si trasferisce anche sui principali mercati delle materie prime, come il petrolio. Tanto in Europa quanto negli Usa il tasso di crescita della produttivitá industriale inizia a diminuire, mentre cresce la conflittualitá di classe, razziale e di genere all'interno dei paesi maggiormente industrializzati e tra Sud e Nord del mondo63.

Insomma, una serie di concause che mette in crisi il tradizionale paradigma organizzativo fordista, imperniato su un sapiente mix di politica economica pubblica e incentivazione dell'iniziativa privata.

In Italia questo processo comincia con una prima fase che riguarda esclusivamente le grandi imprese fordiste del triangolo industriale: Piemonte, Lombardia e Liguria, manifestandosi con il fenomeno del decentramento produttivo, che durerá fino alla fine degli anni settanta. Fenomeno che aumenta il grado di flessibilizzazione produttiva e organizzativa, demandando parte della produzione all'esterno della grande fabbrica64.

Tra il '73 e il '77 negli strati piú attenti della societá politica italiana, inizia a prendere forma l'analisi di queste trasformazioni, con la presa d'atto che una fase storica sta finendo, cosí come le forme di organizzazione politica che l'avevano caratterizzata.

Il movimento del settantasette vive ``sulla propria pelle'' questa trasformazione, e riesce a rispondere antagonisticamente alle trasformazioni in atto.

A differenza dal sessantotto, che <<aveva assunto il fordismo - la grande fabbrica centralizzata e standardizzata, la produzione di massa, il capitale come piano e razionalizzazione - come universo immutabile di riferimento; come orizzonte naturale di riferimento65>>,

il settantasette, invece, consuma la definitiva scissione tra fordismo e soggettivitá operaia. Rivela l'assoluta incompatibilitá tra forza-lavoro in formazione nelle societá industrialmente avanzate, ad elevato livello di scolarizzazione e di aspettative, e la forma fordista del lavoro. Mostra la non riproducibilitá, nelle nostre societá, di una forza lavoro fordista: tale, cioé, da assumere come proprio universo di vita la condizione di lavoro salariato nella grande frabbrica standardizzata. Se il gruppo di comando della Fiat [...] aveva dovuto imparare, dal ciclo di lotte della fine degli anni sessanta e dei primi anni settanta, i limiti fisici e politici del proprio modello di sfruttamento estensivo e intensivo, le rigiditá di quella forza lavoro, e le sue capacitá di esercizio del potere dentro il processo di lavoro, saranno peró i comportamenti eterodossi, imprevedibili, folli dei nuovi assunti del settantasette [...], le loro bizzarre trasgressioni, le loro culture metropolitane incompatibili con ogni etica del lavoro, e con la stessa idea del lavoro normato e stabile, a segnalargli la non riproducibilitá di quel modello produttivo. L'estinzione dell'esercito industriale di riserva, pronto a sostituire i produttori di ieri con analoghi produttori di domani66.

Sembra quasi di sentir parlare un economista della scuola di Chicago. E proprio in questo sta l'attualitá del settantasette, nell'aver ri/conosciuto un processo in corso, cercando di ribaltarne il risultato finale.

Il postfordismo, in Italia, è tenuto a battesimo dal cosiddetto ``movimento del settantasette'', ossia dalle lotte sociali assai dure di una forza-lavoro scolarizzata, precaria, mobile, che ha in odio ``l'etica del lavoro'', si contrappone frontalmente alla tradizione e alla cultura della sinistra storica, segna una netta discontinuitá rispetto all'operaio della linea di montaggio. Il postfordismo è inaugurato dai tumulti.

Il capolavoro della ``controrivoluzione'' italiana sta nell'aver trasformato in requisiti professionali, ingredienti della produzione di plusvalore, lievito del nuovo ciclo di sviluppo capitalistico, le propensioni collettive che, nel ``movimento del settanstasette'', si erano invece manifestate come intransigente antagonismo67.

Questa ``internitá'' nella trasformazione produttiva in atto non fu in alcun modo rilevata dalle forze sociali della sinistra storica, Pci e sindacato, anzi. Come ho giá sottolineato nel primo capitolo, il movimento del settantasette fu visto come movimento di emarginati e parassiti (oltre che di ``untorelli'', ``squadristi rossi'' ecc.).

Un'analisi tanto importante da scomodare Alberto Asor Rosa, ex operaista entrato nel Pci, a pubblicare due aritcoli su Rinascita sull'argomento: il primo il 20 febbraio 1977 e il secondo il 20 aprile dello stesso anno68.

Nasce la ``teoria delle due societá'', che ebbe tanto successo da attraversare tutto il ventennio successivo69.

Si tratta di osservazioni a caldo del conflitto che aveva visti contrapposti le organizzazioni tradizionali della sinistra italiana e un movimento giovanile irriconoscibile. Dove i primi rappresentavano i ``produttori'', con al centro, come motore della trasformazione, la classe operaia organizzata, e un bacino, in espanzione, di precariato, sottoccupazione, devianze metropolitane, settori acculturati senza destinazione produttiva, frange operaie in declino. Il tutto ricondotto a un magma indistinto di emarginazione e frammentazione sociale, un vuoto minaccioso, riconoscibile solo per quello che che non era piú70.

Nesuno volle vedere quanto quella moltitudine tumultuosa e irriverente mettesse in scena il futuro prossimo di buona parte delle ``masse'' piú o meno rappresentate nelle forze politiche e nelle istituzioni della ``prima societá'' [...]. Chi immaginava che di lí a pochi anni, sarebbero stati non i ragazzi delle radio libere e i <<creativi>> (destinati a trasformarsi nei correnti <<professionisti>> degli anni Ottanta), ma addirittura gli operai e gli ingegnieri della grande industria pensante, a essere ritenuti <<esuberanti>>, superflui, non competitivi, parassiti?71

Dopo oltre vent'anni, insomma, si puó dire che il movimento del settantasette fu, per primo, in grado di dare delle risposte a quei processi di disgregazione sociale e atomizzazione della societá che sono caratteristiche della nostra condizione contemporanea. Processi che presero il via in quegli anni, e che misero (e mettono, oggi) in discussione la tradizionale pratica politica novecentesca.

A quelle condizioni che allora erano solo in ``tendenza'', contrazione dei tradizionali impieghi manuali, crescita del lavoro intellettuale massificato, disoccupazione da investimenti72, il movimento diede una rappresentazione di parte, rendendola visibile per la prima volta e torcendome la fisionomia in senso antagonista.

Le lotte del '77 assumono in proprio la fluidificazione del mercato del lavoro, facendone un terreno di aggregazione e un punto di forza. La mobilitá tra lavoratori differenti e tra lavoro e non lavoro, anzichè polverizzare, determina comportamenti omogenei e comuni abitudini, si intride di soggetivitá e di conflitto73.

Queste cose erano chiare a pochi e a poche, nel 1977 (ma anche nel '79-'80, come le vicende sempre di Mirafiori insegnano). Il grosso del movimento si muoveva ed agiva partendo dai propri bi/sogni e dalle proprie follie, in egual misura.

Il '77 mise in scena lo scatenamento del desiderio nella sua immediatezza, ma dal calderone dell'immaginario venne fuori di tutto.

Gli anni ottanta, gli anni della deregulation, capovolgono ma al tempo stesso continuano lo spirito di s-regolamento che si venne formando nel corso di quella tempesta (non solo italiana, non solo politica) che chiamiamo Settantasette.

Non voglio dire affatto che il '77 fosse reaganiano (figuriamoci!), voglio dire che il '77 inaugura un'epoca in cui non è piú possibile credere, se non per conformismo o per interesse di casta, della capacitá della politica di governare lo scatenarsi degli elementi. Questo è lo spirito del tempo che si inauguró con il '7774.

2.2  La storia siamo noi?

Come ho detto nel paragrafo precedente, il sindacato e, soprattutto, il Pci non videro nulla del processo descritto nel paragrafo precedente (o meglio, videro il contrario di quanto sarebbe accaduto), anzi. Il movimento del settantasette era, per loro, nel migliore dei casi un caso di emarginazione, nel peggiore un pericoloso fenomeno di teppismo rosso.

Come mai?

Riguardo al Pci, il '77 è l'anno di svolta dell'intero decennio. Al culmine della sua forza, il Pci la gioca tutta dentro la dimensione politico-istituzionale, cercando di aprirsi un varco verso il governo attraverso la politica delle ``astensioni'' e dell'intesa con la Dc75.

Se per il Pci questa era la strada da percorrere dal punto di vista ``politico'', dal punto di vista ``sociale'' la risposta era l'austeritá, parola d'ordine lanciata al convegno dell'Eliseo nel gennaio del 1977, a cui si conformó la Cgil al congresso dell'Eur, l'anno successivo.

L'esplosione del movimento, che nessuno si aspettava76, mise in chiara difficoltá Pci e sindacato, come il 17 febbraio ebbe a dimostrare, e ancor di piú l'11 marzo, in occasione della morte di Francesco Lorusso.

Non diversa la posizione della Fgci, che doveva stare, per il segretario nazionale Massimo D'Alema,

nel movimento, ma per combattere le componenti squadriste (come fosse possibile starci, dopo che il servizio d'ordine del Pci aveva sgomberato le facoltá occupate, è tutto da capire)77.

Insomma, tutto il quadro della militanza tradizionale della sinistra era ``contro'' il movimento, tanto che, dopo la pubblicazione degli articoli di Asor Rosa su Rinascita

il senso comune del militante medio comunista se ne nutrí piú o meno cosí: <<Di qua la classe operaia, che deve sviluppare la sua egemonia nello stato, di lá gli emarginati>>78.

Una frattura durissima, come non se ne era mai viste nella storia dell'Italia repubblicana, considerata la dimensione dei soggetti in questione. Uno scontro non solo generazionale, e neanche solo ``politico'', nel senso tradizionale che se ne dava. Direi piú antropologico: uno scontro che metteva a confronto due modi di fare ``societá'', due universi vitali, che non potevano che essere antagonisti.

[...] L'assalto al palchetto di Lama, [porta] da una parte [a] quelli che ricordano quel fatto come una calamitá abbattutasi sulla sinistra, una livida giornata che si vorrebbe cancellare. Dall'altra [a] quelli che vissero quel momento con una gioia che è impossibile, e certo non desiderabile, dimenticare. [...] Un antagonismo radicale tra culture opposte e tra sistemi di valori inconciliabili, un conflitto insanabile perchè i sogni degli uni erano gli incubi degli altri e viceversa79.

Di lí a poco il Pci uscirá dal ``governo di solidarietá nazionale'' (fine '78, inizi del '79), passando per il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. In quei due anni dopo il settantasette, si completa la prima fase della riconversione industriale.

Seguendo un copione classico, le organizzazioni operaie riformiste sono state cooptate nella direzione dello Stato in una fase di trasizione, caratterizzata da un ``non piú'' (non ancora il pieno dispiegamento dell'impresa a rete, del lavoro immateriale, delle tecnologie informatiche), nella quale si trattava di contenere e reprimere l'insubordinazione sociale80.

Un giudizio duro, a cui segue quello di Andrea Colombo, che non è da meno.

Vent'anni sono anche sufficienti per riconoscere che allora tutto il futuro era da una parte, tutta la conservazione, tutta l'ottusa incapacitá di avvertire il terremoto in corso dall'altra. E' forse è per questo che il settantasette, anno brevissimo, terminato a Roma giá nella primavera, si è dimostrato poi interminabile81.

Ma l'incapacitá delle organizzazioni storiche della sinistra italiana di leggere ``la fase'', non sono sufficenti, a mio avviso, a spiegare questa frattura. C'è dell'altro.

2.3  Gandalf & Majakovskij

Parleró a titolo strettamente personale. Perció parleró a nome degli Elfi del bosco di Fangorn, dei Nuclei Colorati Risate Rosse, del MPFA (Movimento Politico Fantomatico Assente), delle Cellule Dadaedoniste, di Godere Operaio e Godimento Studentesco, dell'Internazionale Schizofrenica, dei NCS (Nuclei Sconvolti Clandestini), dei Cimbles e di tutti gli Indiani Metropolitani82.

Iniziava cosí una conferenza stampa Gandalf il viola83, tra i piú noti indiani metropolitani della capitale, nel palazzo della Stampa estera, a Roma, con al suo fianco, un imbarazzatissimo Massimo D'Alema, segretario della Fgci84.

Se non tutti erano o potevano/volevano definirsi indiani metropolitani, certo è che la pratica dell'indianitá (il gioco, l'ironia, l'uso del falso) è stata la cosa che piú di tutte ha caratterizzato quei mesi prima che si affermasse totalmente e totalitariamente l'uso delle armi, prima cioè che lo Stato e coloro i quali si sentivano legittimati a dichiarare guerra allo Stato imponessero il loro ``livello di scontro''.

Il '77 è stato l'altrove rispetto al cielo della politica, il luogo in cui anche solo per un istante si è sperato di poter liberare l'esistenza dall'invadenza del razionale, di poter partire dai propri bisogni per rimodellare la realtá, per recuperare spazi di vita senza sottomettersi ad alcun potere.

Autonomia innanzitutto da ogni imposizione, da ogni organizzazione verticalista, negazione del leaderismo e di quello che fino a quel momento erano stati i gruppi riconosciuti, anche quelli della sinistra extra-parlamentare, a cui si contrappose la proliferazione di centinaia di microaggragazioni spontanee che delineavano i propri scenari preferiti, che si scrivevano, stampavano e leggevano i propri giornali senza dover rendere di conto a nulla e nessuno.

Si instaurava un sistema orizzontale di produzione, di comunicazione in cui mille fogli vedevano la luce scambiandosi umori colori rumori85.

E' a mio avviso lampante la distanza siderale che corre tra gli ``universi vitali'', tra il background culturale e antropologico della sinistra storica e quelli del movimento.

Oltre dieci anni di culture e contro-culture ``altre'', antagoniste e/o extra-parlamentari, che possono essere fatte iniziare dal sessantotto, ma anche dal luglio '60, o dai situazionisti degli anni '50, se non dalle avanguardia dei primi del '900, in qualche modo, per molte e diverse strade, confluiscono in quella che è la prima generazione a crescere in un humus socio-cultural-politico completamente diverso da quello delle precedenti generazioni.

Alcune delle componenti esistenziali e culturali degli universi vitali frastagliati (difficilmente riducibili a ``sintesi'') del movimento del '77, ponevano con forza non solo un modo completamente diverso di concepire vita e politica, ma anche una serie di contenuti e valori che non erano mai stati messi all'ordine del giorno della progettazione politica sia extraparlamentare e tantomeno istituzionale86.

Per parlare del settantasette evitando di trasformarlo in un ``anno eccezionale'' (in qualsiasi senso), bisognerebbe almeno ricordare che questa cultura era giá emersa, in altre forme, negli anni precedenti. Nel '73 a Miarafiori, nel '75-'76 a Milano con i Circoli del Proletariato Giovanile87; ma anche negli anni successivi, con un'altra occupazione di Mirafiori, da parte dei 10.000 neo-assunti, nel luglio 197988.

Ma è nel settantasette che queste ``propensioni'' diventano fenomeno di massa89. Fenomeno sociale e culturale. Esplode un movimento che non chiede, ma vuole vivere una vita degna di essere vissuta, ora e subito; nessuna richiesta di lavoro, ma quella di sussidi, di salari; nessuna etica dei sacrifici, ma al contrario la riaffermazione del diritto al lusso90. Si diffodono gli espropri proletari e le autoriduzioni, che non riguardano piú le sole bollette di Sip e Enel, ma anche i cinema di prima visione e i teatri.

Lo stravolgimento di tutte le ``canoniche'' pratiche politiche, anche di quelle della sinistra piú estrema, è totale. Ad iniziare dal linguaggio, che risulta per i marxisti-leninisti, vecchi e nuovi, completamente alieno.

C'è mozione e/mozione / Il potere non è / solo dove si prendono / decisioni orrende / ma dovunque il discorso / rimuove il corpo la rabbia / l'urlo il gesto di vivere. / Il linguaggio / delle assemblee ordinate dove l'ordine / del discorso riproduce / l'ordine (per rispettarlo) delle cose. / Dicono i grigi cadaveri / della politica-cultura-egemonia: / il pericolo della / DISGREGAZIONE / Disgregazione è vita / che esce dalle ordinate / catene della famiglia / del lavoro del tempo / destinato alla fabbrica. [...] Il desiderio si fa / qui movimento. / Per questo siamo giá oltre / il '68. Non vedi / qui gli studenti ma vedi / il soggetto che passa / a/traverso gli ordini dati / e separati: fabbrica, scuola, cultura. IL DELITTO PAGA. Disgregazione, proletariato che incarna / nella propria esistenza / il rifiuto di ogni / innocenza: lavoro-salario / lavoro-salario-lavoro / sempre ancora lavoro?91.

Appare in tutta la sua potenza uno dei temi che rendono tanto diversi, per non dire agli antipodi, il movimento del settantasette e la sinistra, sia essa quella istituzionale che quella extra-parlamentare: il rifiuto del lavoro. Tema che ha attraversato tutti gli anni sessanta e i primi anni settanta, ma che viene fatto proprio e radicalizzato da questa generazione, che nega ``spontaneamente'' che il lavoro industriale della grande fabbrica possa rappresentare ancora un fondamento costitutivo della propria identitá92.

Milioni e milioni di giovani, nelle condizioni economiche attuali, rischiano di non poter godere per un lungo periodo di quel fondamentale diritto / dovere che la costituzione garantisce a tutti i cittadini che non posseggono altro che le loro catene, che è il lavoro salariato.

Viene a mancare cosí per intere generazioni lo stimolo al risveglio antelucano, una delle piú vive e salutari tradizioni del nostro sistema di vita; in secondo luogo la regolaritá e il buon umore che caratterizzano l'esistenza dell'onesto lavoratore cedono il passo all'angoscia, alla devianza. Il lavoro infatti, come sottolineano sociologi, criminologi, sessuologi, è un ottimo rimedio contro le droghe, la pederastia, il bestialismo...

Al contrario, per i lavoratori giá occupati, si aprono prospettive inattese di incentivazione e di sviluppo della propria capacitá lavorativa: la creativitá e l'esuberanza dei lavoratori adulti potrá espandersi ora, anche attraverso il lavoro straordinario, fino a limiti che sembravano irragiungibili.

Ma non è giusto lasciarsi trascinare dall'entusiasmo di fronte a questi risultati: mentre la sana pianta dei lavoratori occupati si espande rigogliosa, si insterilisce sempre piú l'arbusto secco della gioventú infingarda, margiale e teppista.

Pertanto le forze sindacali e democratiche, unite all'associazione genitori-figli scappati propongono le seguenti occupazioni per i giovani disoccupati:

a
Cancellazione delle scritte (scuole, fabbriche, universitá, vespasiani);
b
incremento delle vocazioni sacerdotalie monacali, oltrechè poliziesche;
c
rimboschimento delle montagne calve dell'Appennino e delle isole;
d
ripulitura dei volumi giacenti nelle biblioteche pubbliche, pagina per pagina, secondo l'indicazione di Giorgio Amendola;
e
muratura dei covi della sovversione e del caos;
f
costituzione di gruppi di animazione edificante per giovani emarginati;
g
distribuzione agli studenti fuori corso di mezzo ettaro di terre vergini in Irpinia, Aspromonte, e nelle Madonie;
h
ritrovamento definitivo dei residuati bellici della prima guerra mondiale;
i
costituzione di centri di rieducazione morale per operai assenteisti.

SACRIFICARSI NON BASTA

OCCORE IMMOLARSI93.

Il ribaltamento del linguaggio non ha solo lo ``scopo'' di straniare il lettore, ma è parte del processo spontaneo di trasformazione radicale della vita quotidiana, in cui tutto (quindi anche il linguaggio) è messo in discussione.

Dico che questo processo è spontaneo perchè frutto, sí di ragionamento e del catalizzarsi di 10 anni di movimento e culture ``altre'', ma soprattutto perchè avviene attraverso il fuoco della pratica. Di una pratica quotidiana, in qui il personale, la ``vita privata'', è parte fondamentale di questa messa in discussione tanto quanto (se non piú) la parte piú squisitamente (e tradizionalmente) politica.

Ma il linguaggio è anche comunicazione, e il movimento del settantasette, per primo, pone la comunicazione al centro della propria lotta. Non come strumento per la lotta, ma come aspetto centrale della lotta.

... Negli anni scorsi avevamo formulato due ipotesi centrali che partivano da una analisi della composizione di classe emergente dentro la crisi e la ristrutturazione, e dentro la trasformazione del movimento.

La prima era che il terreno dell'informazione (e dell'informatizzazione come sussunzione del lavoro tecnico-scientifico nel processo lavorativo) diventasse il terreno su cui si combatteva la lotta per il potere fra la classe operaia e stati capitalistico, e che quindi il linguaggio, la scrittura, l'intervento nel circuito informativo, diventassero pratiche su cui si ridefiniva il tessuto materiale dei rapporti di classe, e non la loro mera rappresentazione simbolica94.

Su queste basi nasce a Bologna Radio Alice, e altre centinaia di radio libere in tutte le cittá italiane, anche le piú piccole e sperdute (anche a Siena...), attraverso le quali, ma in quella bolognese in particolar modo, si faceva <<avanguardia letteraria per sovvertire l'ordine del discorso dominante>>95.

Su questo aspetto, nel '77 si aprirá un asprissimo dibattito tra Umberto Eco, che pubblicó alcuni articoli sull'Espresso che esprimevano interesse verso la radio bolognese, e intellettuali di sinistra, come lo stesso Asor Rosa, Lucio Colletti e Andrea Barbato, che, al contrario, vedevano in quelle esperienze, e in Radio Alice in particolare, <<solo una ``centrale di prevaricazione'', un luogo nel quale si davano indicazioni militari durante gli scontri>>96.

Alice è il diavolo che sporca il linguaggio, che trasmette <<informazioni false che producono eventi veri>>, che sottolinea il delirio del potere e la sua assurda pretesa che l'ordine del discorso rifletta l'ordine della realtá97.

Come tutto ció sia completamente ininteleggibile per la sinistra istituzionale è immediatamente evidente.

Cosí come sono aliene molte delle pratiche di lotta di questo movimento. L'occupazione ``classica'', per esempio, quella delle scuole, delle universitá e anche quella delle case, è ormai accettata da tutti come pratica ``legittima''. Col settantasette, ma soprattutto con i Circoli del Proletariato Giovanile, quindi dal 1975-'76, le cose cambiano, ed esplode un nuovo ciclo di occupazioni che si afferma soprattutto nelle ``nuove'' periferie delle grandi cittá98.

L'occupazione non è un mezzo, è il fine. Rappresenta l'esigenza di aggregarsi non piú solo in base all'appaetenenza partitica o di gruppo, ma su un progetto globalizzante esemplificato dallo slogan ``riprendiamoci la vita'', attraverso strutture spontanee che si appropriano di aree dismesse e non utilizzate per poter organizzare il lavoro politico nel quartiere. [...] Per questo ci serve un luogo. E ce lo prendiamo99.

Un modo di fare aggregazione politica completamente nuovo, che si ispira al ``quotidiano'', piú che all'identitá di gruppo tradizionale.

[sono] In maggioranza studenti medi e universitari, ma anche molti lavoratori, precari o garantiti. Alcuni sono operai della grande fabbrica, che sperimentano, per la prima volta, un modo di fare politica che coinvolge tutto, in ogni momento della giornata, nei luoghi di produzione e fuori di essi100.

La ``rivoluzione'' diventa, insomma, la vita quotidiana, praticata come totale ribaltamento dell'ordine tradizionale, non piú processo politico. Di conseguenza l'azione politica diventa vita, vissuta come ironia, gioia, festa. <<La rivoluzione o è festa o non è>>101.

Questa generazione esce allo scoperto proprio nel momento in cui la sinistra storica fa il ``grande passo'', entrando, nei fatti, nel governo con il ``grande nemico'': la Dc. In un momento di trasformazione radicale della societá italiana, in cui le istanze della (delle) societá civile sono spesso contrastanti e conflittuali, e dove conflitto e alteritá sono vissuti, da una consistente minoranza, come una pratica politica legittima. L'unica possibile. In un momento in cui gruppi, gruppetti e partitini della sinistra extra-parlamentare post sessantottina sono allo sbando e sulla via della dissoluzione, non riuscendo (e non volendo o potendo) fare da ``mediatori'' nello scontro in atto.

Scontro che deflagra in follia e disperazione, anche a causa di un ceto politico sordo a qualsiasi richiesta di trasformazione, che non sia utilizzabile clientelarmente. Un ceto politico duro e feroce con chi contesta, morbido e complice con chi fa dello Stato campo di caccia (Aldo Moro, sul caso Lockeed, avrá da dire, in Parlamento: <<La Dc non si processa>>. Corre l'anno 1977); assolvendo e proteggendo chi con le bombe difende lo Stato democratico (Giulio Andreotti, sul ``caso Giannettini''102, ha da dire, in Parlamento <<Costui è un servitore dello Stato e dei nostri servizi segreti>>. Corre l'anno 1974).

Un sistema politico che nel suo complesso era vissuto, da quella generazione, come totalemente compromesso col peggio della storia dell'Italia repubblicana. Sistema politico in cui entravano, con tutta la loro forza, Pci e sindacato.

Quando Francesco103 se n'è andato sono arrivati i carri armati. E' vero: tra le due cose ne sono successe tante altre, sono passate parecchie ore; giorni, additittura. Ma nella memoria è come se alle pallottole abbattutesi su uno di noi, si fossero sovrapposte immediatamente le ombre di ferro che hanno oscurato i murales dell'universitá.

Dalle facoltá dell'ateneo bolognese, occupate immediatamente dopo la notizia della morte di Lorusso, partono cortei spontanei che girano per tutto il centro cittadino. Cortei violenti, carichi della rabbia per la morte di un loro compagno. Rabbia verso le forze dell'ordine, colpevoli di quella morte, verso il sistema politico, che ha dato alle forze dell'ordine la libertá di sparare104. Ma fin dalla mattina viene chiesta l'adesione al corteo al sindacato. Adesione che non arriverá mai.

Si sfila di fronte a piazza Maggiore e lí, davanti al monumento ai caduti della resistenza, c'è il servizio d'ordine del Pci. In difesa di un simbolo che nessuno si sarebbe sognato di sfiorare. Teppisti - o, peggio, diciannovisti e perció oggettivamente fascisti - questo dovevamo essere. Eppure fino a pochi minuti prima avevamo atteso (inutilmente) l'adesione - richiesta per tutta la mattina - dei sindacati alla manifestazione. Eppure fino a pochi giorni prima la gran parte di noi si considerava parte di un unico corpo, la sinistra. Parte magari eretica, ma parte. Quel filo di inutile servizio d'ordine ci diceva che non era piú cosí, che ne eravamo stati espunti. [...] La sinistra storica, le istituzioni della cittá, sceglievano e sceglievano contro di noi, senza volerci ascoltare o parlare105.

Lo stesso accade il giorno dei funerali di Lorusso. La manifestazione indetta dalle istituzioni cittadine fu interdetta al movimento, cosí come fu impedito al fratello del giovane ucciso di parlare.

Funerali alla cilena, in periferia, sorvegliati a vista, col divieto di percorrere piú di 200 metri. Non ricordo canti, slogan o voci. Ricordo l'addio a un pezzo di noi, alla nostra storia che ci veniva negata, a quella sinistra che ci aveva ucciso tutti. Restava quella bara e quei carri armati, le loro ombre di ferro che rivedo ancora quando la sera passo per quelle strade106.

Il movimento intero si infranse contro questa barriera, contro questo muro di (reciproca) incomprensione e incomunicabilitá. E fu facile, da quel momento, per chi voleva tornare alle vecchie e sicure pratiche politiche, avere ragione di tutte le altre istanze.

Il Convegno di Bologna sará il canto del cigno, un canto lugubre, del movimento del settantasette, in cui leader e leaderini di gruppi piú o meno consistenti, portatori di istanze piú o meno violente, si faranno la loro guerra personale all'interno del palazzo dello sport. Mentre fuori, nelle vie e nelle piazze di Bologna, un serpentone di 40.000 persone, canteranno e balleranno tristemente, al loro stesso funerale.

2.4  Mamma li Turchi!

Il tema della ``violenza'' è stato, ed è, quello piú inflazionato quando si parla degli anni settanta in generale e del settantasette in particolare. Terrorismo e ``anni di piombo'' è quanto la storiografia e i media ufficiali hanno passato alle ``future generazioni''.

Per il manifesto il discorso è un pó diverso, perchè il tema è trattato, a mio avviso, con reticenza.

Si, sono violenta, e la violenza che cè stata per la Scala107 è la rabbia che si esprime a Quarto Oggiaro. A Quarto Oggiaro, le persone sono costrette a farsi un buco di eroina per sopravvivere, perchè non ci sono spazi nel quartiere, non ci sono spazi nella cittá, non cè spazio nel lavoro, non cè spazio per niente. La prima espressione è un'espressione di rabbia, quindi di violenza. Il semaforo di un incrocio non è importante, peró personalmente io lo spacco perché ho una rabbia che non riesco a indirazzare108.

In questa testimonianza è evidente quanto potesse essere forte la disperazione di chi, senza strumenti, si trovava a vivere quel processo di disgregazione sociale e atomizzazione descritto nel primo paragrafo. Processo che veniva a coincidere con la fine di un ciclo politico, durato dieci anni, che tra le sue caratteristiche fondamentali aveva la socializzazione e la comunitá109.

Nel movimento la politica, la cultura della sinistra rivoluzionaria esplodono definitivamente; la stessa disponibilitá alla violenza, sicuramente una delle caratteristiche di questo movimento, mescola il suo aspetto politico con quello tipico della marginalitá metropolitana110.

E' curioso quanto si somiglino questo tipo di analisi e quelle fatte del Pci in quegli anni. Il movimento, che da il manifesto è descritto e raccontato come uno dei momenti piú ``avanzati'' della recente storia politica italiana, nel momento in cui si scontra violentemente diviene un fenomeno di marginalitá.

Gli scontri di piazza rappresentano nellos tesso tempo il momento insurrezionale dell'attacco all'apparato militare del potere, la rabbia deviante e marginale che esplode irrazionalmente, cosí come l'esaltazione, in alcuni casi al limite dell'estetica dannunziana, del gesto pregnante e simbolico; l'azione offensiva che mira alla liberazione di spazi, cosí come quella difensiva che punta all'esemplificazione del desiderio di secessione111.

Penso sia inutile sottolineare la totale complementarietá di questa analisi con quella che veniva data dai massimi dirigenti della sinistra istituzionale; vengono usate le stesse metafore se non le stesse parole. Con la differenza che, allora, il Pci era ``coerente'' con quanto affermava, anche nei fatti; Grispigni, al contrario, fa questa analisi in un saggio intitolato Elogio degli invisibili.

Per il Settantasette, la simbiosi con al metropoli è giá contemplata nello slogan ``riprendiamoci la cittá''. In fondo, ``riprendiamoci la cittá'' significa non tanto la conquista del palazzo comunale, ma la possibilitá di dare visibilitá e concretezza poltica a un contropotere che svuoti, accerchi e confligga con il potere costituito.

E non a caso le sedi del movimento sono situate in maggiornanza nelle periferie delle metropoli o a ridosso dell'unico disponibile all'aggregazione, cioè all'universitá. E quando un corteo giunge al centro della cittá, mette in scena uno scontro che peró si manifesta quotidianamente su tutto il territorio metropolitano e non solo nella fabbrica o nell'universitá, cioè nei luoghi canonici del conflitto sociale dal Sessantotto in poi112.

Un tipo di pratica che è assieme happening, teatro di strada e scontri violenti. Gli scontri che avvengono a febbraio, con il movimento appena nato, sono contemporanei al dialogo con Eco.

La violenza, non scordiamolo, fu il battesimo del movimento, con l'aggressione armata da parte dei fascisti il primo febbraio 1977, in cui venne ferito gravemente lo studente di Lettere Guido Bellachioma. Una violenza che subí tutto il movimento, indiscriminatamente, con le morti di Lorusso, Giorgiana Masi113, Walter Rossi.

Questo non giustifica la violenza, cieca e feroce, di chi prese le armi e uccise uomini e donne, nel nome della libertá e della giustizia. Quale che fosse il vestito indossato (eskimo o divisa). Tanti agenti delle forze dell'ordine furono feriti, e anche uccisi (Custrá, Passamonti), negli scontri col movimento, cosí come tanti giovani. Ma se si arrivó a quel punto, la follia non stava solo da una parte.

L'uso della violenza era modulato in base alle analisi e agli obbiettivi politici del movimento. E infatti mai come nelle giornate tra marzo e settembre del Settantasette la critica alla scelta della lotta armata di organizzazioni come le Brigate Rosse fu posta con chiarezza al punto di diventare patrimonio comune di un movimento che osteggiava nei comportamenti e nel suo modo d'essere la presenza di una qualsiasi ``avanguardia armata del proletariato'', senza per questo diventare un emulo del mahatma Ghandi.

E se poi quella distanza tra le organizzazioni combattenti e il movimento si annulló, il discorso investe necessariamente la natura repressiva della risposta che il sistema politico tutto diede a quel movimento.

Infatti, non soffermarsi sulla dialettica all'interno del movimento e tra questo e lo stato significa preferire lo sdegno all'analisi, l'esorcismo alla facoltá stessa di pensare114.

Quanto ho scritto fin'ora, sicuramente poco condivisibile per molti, criticabile da moltissimi punti di vista e poco approfondito per alcuni versi, dovrebbe, peró, aiutare a leggere in quegli anni anche l'altro che pure c'era.

Un tema come quello della violenza politica negli anni settanta meriterebbe ben altra attenzione e approfondimento, rispetto a quanto possa fare io in questo lavoro. Fu un problema di enorme portata, che non si concentró, peró, solo in quegli anni, ma che investí tutti gli anni settanta, cosí come i sessanta, e tanti aspetti diversi della societá italiana.

Rimane il fatto, a mio modestissimo avviso, che fino ad oggi, con rarissime e marginali eccezioni, parlare degli anni settanta è sempre e solo significato parlare di terrorismo.

Per far ció si mette in moto [...] un formidabile apparato dei media, della cultura, un modo di leggere e falsificare la storia degli anni settanta con l'obbiettivo di privare della ``memoria'' qualsiasi soggetto antagonista115.

2.5  Il vaso di Pandora

Il nostro ventenne, a questo punto, avrá sicuramente piú materiale su cui riflettere, piú strumenti. A differenza della la Repubblica, il quotidiano di via Tomacelli mostra la ricchezza di punti di vista che furono propri del movimento del Settantasette. Sicuramente piú di quanto abbia fatto l'intero panorama della carta stampata italiana, fino a questo momento.

E' altressí vero che l'argomento è tale, (per le lacerazioni che causó, e che ancora non si sono sanate, per le ``macerie'' sociali e politiche che lo seguirono e che colpirono tutta la sinistra), che sicuramente non basta il pur pregevole sforzo di un quotidiano a far emergere le memorie di un momento topico della nostra storia contemporanea.

Sempre che ci sia l'interesse che ció avvenga.

Capitolo 3
Quando Eliogabalo incontra Spartaco

Sta nei sogni dei teppisti
e nei giochi dei bambini
nel conoscersi del corpo
nell'orgasmo della mente
nella voglia piú totale
nel discorso trasparente.
Ma chi ha detto che non c'è.
Sta nel fondo dei tuoi occhi.
Ma chi ha detto che non c'è.
Sulla punta delle labbra.
Ma chi ha detto che non c'è.
Sta nel mitra lucidato.
Ma chi ha detto che non c'è.
Nella fine dello Stato.
C'è, si c'è
Ma chi ha detto che non c'è116.

3.1  Figli di nessuno

Molte cose dette nei paragrafi precedenti vengono riprese anche nei testi che, nel 1997, si occuparono del movimento del settantasette117. Anche perchè in molti casi, coloro che hanno scritto gli articoli negli inserti de il manifesto, sono gli stssi che ne hanno scritto anche sui volumi presi in considerazione.


Dal 1973 inizia ad affacciarsi nel panorama politico extra-parlamentare un nuovo soggetto. E' figlio del sessantotto senza averlo fatto; e' cresciuto nella scuola di massa con insegnanti di sinistra; vive sulla propria pelle la crisi e la trasformazione della societá; ha tra i suoi miti il rock di woodstock e Re Nudo; e' impregnato di quella cultura che ha trasformato l'essere giovani nel passaggio dagli anni sessanta agli anni settanta.

Questa generazione di militanti ha molto in comune con gli operai che occuparono gli stabili di Mirafiori nel '73 e con quella tradizione politica che, dall'operaismo dei Quaderni Rossi118 arriva, sempre in quell'anno con lo scioglimento del Gruppo Gramsci di Milano, alla nascente Autonomia Operaia119.

E', ancora, la prima generazione che si confronta direttamente con le tematiche e le pratiche femministe, che negli stessi anni ribaltano molti degli schemi politici della sinistra, nuova o vecchia che sia120.

Sempre in questo scorcio di anni settanta inizia quel processo che poi ha preso il nome di crisi della militanza; quel fenomeno, cioè, che colpisce i gruppi e i partiti nati dal biennio '68-'69 e che deflagra dopo le elezioni del giugno '76, quando la maggiorparte di essi si presentarono al voto con un cartello elettorale, Democrazia proletaria, che otterrá un desolante 1,5% e solo sei parlamentari.

Questa sconfitta porta, in rapida successione, allo scioglimento di molte di queste formazioni - la piú clamorosa di tutte è quella di Lotta Continua - lasciando cosí centinaia, se non migliaia, di militanti allo sbando; molti dei quali finirono per defluire in questo nuovo soggetto politico-sociale.

Io stavo in un gruppo extraparlamentare [...] Per me la sconfitta significava che tu avevi marciato per tutto un periodo credendo a una cosa minima: che ti potevi incontrare con altre tre o quattro formazioni che magari la pensavano in maniera diversa, ma con cui potevi comunque stabilire un obbiettivo minimo. L'obbiettivo era quello di essere sufficientemente forti da condizionare la linea politica di quell'elefante che era il Partito comunista per portarlo ``sulla retta via rivoluzionaria''. Con il risultato delle elezioni del 20 giugno [1976] questa idea per me va a pezzi e a confermarlo in piú c'è lo scioglimento di Lotta Continua. [...] Ma il risultato piú deludente fu quello del cartello che sotto la sigla Dp raccoglieva i gruppi extraparlamentari e che era arrivato a stento a raccogliere mezzo milione di voti. [...] E poi nello stesso periodo c'è stato con il movimento delle donne, con il femminismo. I gruppi si erano esauriti, non ti davano personalmente piú nessuna copertura, nessuna garanzia. Ma poi è anche vero il contrario e cioè che tu quelle sicurezze che ti derivavano da essere dentro un gruppo le volevi superare. Io per esempio a quel punto volevo superare il ruolo che avevo che era quello di un leaderino. Il leaderino del gruppo è quello che ha fatto anni di militanza dentro la sua organizzazione, il suo partitino. Lí dentro ha fatto carriera, ha acquistato potere attraverso la fedeltá alla linea, allo studio, attraverso tutte quelle componenti che costituiscono in una parola la militanza. [...]; è uno comunque che ha potere sugli altri compagni di base perchè questo potere gli è stato conferito dalle alte gerarchie, dai vertici del suo gruppo. E allora il leaderino in base a questo si convince di essere sempre stato comunista, un vero rivoluzionario, e non si chiede che cosa sia la trasformazione concreta di se stessi e degli altri che gli stanno appresso o, per meglio dire, sotto. [...] Ecco, per me questa è stata la grande contraddizione che si è verificata in quel momento, capire che il mio sacrificio, la mia dedizione incondizionata alla causa del comunismo nascondeva in realtá il mio bisogno di darmi una maschera di una identitá che in me stesso non avevo. [...] Io sono uscito dalla mia crisi accentuando la spinta ad identificarmi con tutta una serie di questioni nuove che stavano emergendo in modo ancora confuso ma entusiasmante: le tematiche del ``personale politico'', della trasformazione dei rapporti interpersonalo ecc. Tutto questo non era ben definito politicamente, peró tu riuscivi ad avvertirlo come un processo di trasformazione materiale della vita. Queste cose a differenza della mia esperienza precedente di militante potevo misurarle direttamente, personalmente nel mio quotidiano. Queste contraddizioni hanno attraversato tutti i compagni dei gruppi [...] è stato un passaggio obbligato121.

In queste trasformazioni politiche, sociali, produttive e culturali, si sedimentano quelle culture che daranno vita al movimento del settantasette e che avranno la loro ultima fiammata con la mobilitazione dei 10.000 neoassunti, sempre di Mirafiori, nel 1979.

I primi lampi balenano a Milano tra il 1975 e il 1976, quando nascono le prime aggregazioni spontanee di questo nuovo soggetto e le prime occupazioni. Nascono i Circoli del Proletariato Giovanile (da ora CPG)122, che in pochi mesi diverrano decine nel solo capoluogo lombardo, per poi trovarne in tutto i nord Italia.

Sono luoghi di aggregazione politica completamente nuovi, non piú sedi centrali e centralizzate di organizzazioni verticiste, ma spazi autodeterminati e autogestiti da questa nuova generazione, oltre che da molti e molte ex militanti delle varie formazioni extra-parlamentari.

I giovani dei circoli sono per la tragrande maggioranza figli di proletari, molti di loro sono stati avviati al lavoro prestissimo (a 14/15 anni). Il quartiere li riconosce come propri. Non hanno e non vogliono avere orizzonti di riferimento futuri: vogliono qui ed ora la realizzazione di spazi di felicitá e di comunicazione. [...] I nuovi soggetti del pre-settantasette sono caratterizzati dalla volontá di rendere il presente possibile, di operare per il cambiamento oggi (alcuni lo definiranno l'immediato <<bisogno di comunismo>>). La dinamica dell'aggregazione è piú intrecciata con la storia delle controculture che con le vicende dell'impegno politico. L'aggregazione di gruppo non è mai disgiunta dalla ricerca personale e dai bisogni affettivi e comunicativi dei membri, nella loro esistenza quotidiana123.

I loro nomi saranno Felce e mirtillo, La piccola fiammiferaia, Occhio, Apache; i loro giornali Sesto senso, redatto a Sesto S. Giovanni, ecc. Un modo di esprimersi tutto proteso a ribadire differenza e alteritá nei confronti di qualsiasi sovradeterminazione poltica; qualcosa di molto simile a quello che si vedrá esplodere nel '77, con i mille fogli di quel movimento, e in particolare con quelli della parte ``creativa''.

Questi soggetti esprimono bisogni e desideri che sono quelli di una rivolta capace di esprimersi su tutti i piani della complessitá sociale vissuta, non solo su alcuni aspetti di essa separati dal resto. Una rivolta totale, esistenziale, oltre che politica; qualcosa di molto diverso da quello che è stata la ``militanza'' fino a quel momento (femminismo escluso, come ho giá sottolineato).

[...] Una nuova composizione giovanile scaturita sia dalla dilatazione dei confini metropolitani sia dall'estendersi smisurato dell'hinterland. Hanno tra i 15 e i 18 anni, sono nati nei quartieri-dormitorio costruiti verso la fine degli anni Sessanta, sono frequentemente figli dell'immigrazione interna, hanno avuto principalmente insegnanti di sinistra impegnati e generosi che rientravano nella piú generale e mutata funzione del ceto intellettuale che tendeva a rifiutare il ``ruolo del tecnico'' per scegliere piuttosto quello di ``ceto politico''. Un ceto politico tutto particolare ed extraisituzionale.

Sono rimasti ``silenziosi'' per anni: il tempo di prendere confidenza con il territorio e di provare ad ``addomesticarlo'' e piegarlo ai propri bisogni124.

I processi di trasformazione produttiva125 investono pesantemente le cittá, e in particolarmodo le metropoli del nord, in primis Milano. Intere porzioni di organizzazione sociale iniziano ad entrare in crisi sotto i colpi del decentramento produttivo, in cui <<è la rigiditá e la forza della ``centralitá operaia'' che si vuole fare a pezzi126>>.

Il bosogno di rivolta esistenziale di cui parlavo prima, comunque, aveva in questi processi, e nelle trasformazioni politico-culturali che seguirono, il proprio baricentro. Partivano, perció

dall'intuizione che la fabbrica, il suo paradigma di sfruttamento, la sua ``centralitá'', acquisiva, diffondendosi, carattere di totalitá, finiva cioè per dominare tutto il complesso delle relazioni sociali in cui era inserita. Ció significava, per esempio, che la lotta in fabbrica non poteva essere disgiunta dalla lotta in famiglia, perchè essa ne era completamente coinvolta, sia sul piano materiale che ideologico127.

Su di essi, quindi, piuttosto che le teorie della ``nuova sinistra'', facevano piú presa concetti e pratiche come autonomia, rifiuto del lavoro e il variegato mondo delle controculture.

Il ``rifiuto del lavoro'', per esempio, fu concetto acquisito istintivamente perchè fortemente allusivo del bisogno di una rottura radicale, improbabile oggettivamente ma non soggettivamente: la consapevolezza di essere minoranza allo stato dei fatti, in quel determinato contesto sociale, non impediva l'intuizione di essere peró maggioranza sul piano della proiezione potenziale, di essere rappresentazione del futuro possibile, soggetti della crisi e variabili di uno sviluppo alternativo che metteva al centro non tanto la liberazione del lavoro ma dal lavoro128.

Questa tensione alla trasformazione materiale ed esistenziale portó a pratiche sempre piú lontane da quelle ``tradizionali'' della sinistra, tanto quella nuova quanto, soprattutto, quella vecchia. Pratiche che non trovarono, in quegli anni, nessuna ``sponda'' politica, essendo impegnate le sinistre, alla sopravvivenza, la prima, al ``compromesso storico'', la seconda. Pratiche, infine, che si scontrarono, frontalemente, con quel regime di ``fabbrica diffusa''129 che impediva le tradizionali forme di organizzazione e rivendicazione sindacali. E che ``obbligarono'' questi soggetti a ``inventarsi'' nuove forme di lotta.

Il grosso dell'attivitá dei CPG è quindi territoriale; si sviluppa nei quartieri e nei paesi dove sono ubicati, e va dal classico ``antifascimo militante'' a nuove, e terribili, tematiche, come la lotta all'eroina (in questi primi anni soprattutto a Milano), o con le ronde contro il lavoro nero.

Partivano dai quartieri piú lontani dal centro, il sabato mattina, le ronde contro il lavoro nero. I piú mattinieri erano quelli del Comitato San Siro e i ragazzi di Baggio130. In zona via Novara cominciavano a dare i primi volantini davanti alle fabbrichette e nei sottoscala delle case popolari. [...] Dalle finestre si poteva cedere bene quello che facevano dentro quei buchi i ragazzi che lavoravano. [...] In alcuni laboratori erano evidenti le condizioni di pericolositá in cui si lavorava131.

La direzione che prende il movimento dei CPG è quindi inserita in questa difesa, ma anche riscoperta, della dimensione territoriale, che si esplicita con la pratica del ``contropotere'', in cui lo spazio di azione è la cittá e non, come avveniva prima, una sede istituzionle da inserire nel centro storico132. Questa idea di ``contropotere'' cerca di adeguarsi ai nuovi processi in atto; non si puó piú

intendere il contropotere come una trincea da scavare sul posto di lavoro e la trattativa come modo di imporre i bisogni operai: il contropotere diventa immediatamente lo scontro con il capitale, uno scontro quotidiano e continuato che vede nel territorio l'unico campo di battaglia, senza piú linee di demarcazione e mediazione tra capitale e proletariato... Costruire le ronde proletarie che vadano a visitare l'organizzazione del lavoro e la composizione di classe territoriale, far nascere commissioni e gruppi di intervento che vadano a scovare i covi del lavoro nero, gli spacciatori di eroina che seminano morte; formare commissioni di controinformazione per avere la conoscenza totale della militarizzazione cui siamo sottoposti; ronde contro il carovita che impongano il controllo dei prezzi e la qualitá della merce venduta dai bottegai; vari gruppi di studio che analizzano la nocivitá metropolitana...133.

E' evidente che molti dei temi e dei concetti fatti propri dal movimento dei CPG siano fortemente influenzati da quelli che, in quegli stessi anni, venivano espressi dal variegato mondo dell'Autonomia Operaia.

La loro vicenda [dei CPG] si snoda contraddittoriamente <<dentro, fuori, ai bordi dell'autonomia organizzata>> anche se rimane vivo il rapporto di scambio e non di subalternitá con le organizzazioni maggiori, tipo quella che fa capo alla rivista Rosso134.

Negli stessi anni, e per motivi sostanzialmente analoghi, nascerá anche l'esperienza dei Centri Sociali (Cs, da questo momento), che, a differenza dei CPG, sono costituiti in gran parte da singoli o collettivi appena passati per l'esperienza dei gruppi e partitini della ``nuova sinistra'' e per la conseguente crisi.

I Cs sono luoghi piú ``grossi'' dei CPG, quasi sempre inseriti nel territorio urbano piú denso di insediamenti produttivi e occupano quasi sempre strutture industriali dismesse all'interno di quartieri operai e popolari.

I centri sociali si affiancano al movimento dei circoli e, come questi, sono spazi di aggragazione politica completamente nuovi. Anche qui non abbiamo piú sedi politiche centrali di organizzazione, ma spazi autodeterminati, assembleari e autogestiti135.

La differenza tra CPG e Cs sta, sia nella composizione politica e generazionale dei militanti, sia nella diversa collocazione territoriale. Mentre i primi si diffondono soprattutto nelle estreme periferie della cittá o dell'Hinterland, i secondi nasocono soprattutto nei tradizionali quartieri operai e popolari, spesso a ridosso del centro cittadino. Nei primi abbiamo questa nuova generazione cresciuta politicamente dopo il sessantotto, nei secondi abbiamo soprattutto ex militanti dei gruppi nati col sessantotto. Sono, comunque, due percorsi che spesso si intereccieranno, nonostante le differenze.

La pratica che accomuna tutti, fin dall'inizio, è quella dell'occupazione.

Occupare queste aree diventa quindi il tentativo di farle diventare luogo di coordinamento territoriale sulle piú diverse esigenze, dal Comitato inquilini, al diritto alla casa ma anche all'autoriduzione degli affitti, delle bollette elettriche, del telefono. Tutto quello che c'è sul territorio si tende a farlo entrare dentro questi luoghi, e se ci sono, come ad esempio nel centro sociale Fabbrikone della zona Sud [di Milano], gli operai dell'assemblea autonoma Alfa Romeo, diventa anche luogo del ``Coordinamento operai-inquilini della zona sud''. Questo cambia radicalmente il rapporto tra il militante, l'operaio, il proletario, il cittadino. Mentre prima ogni gruppo aveva la propria sede, tendenzialmente nel centro della cittá, ora le strutture diventano come liberalizzate, orizzontali sul territorio ed hanno bisogno di luoghi dove incontrarsi e conoscersi136.

In questo periodo i giovani dei CPG si riversano dalla periferia al centro cittadino, non piú in piccoli gruppi come facevano prima tutti i giovani dei quartieri ``dormitorio'' il sabato pomeriggio, ma in massa, per ballare e suonare tutti assieme. Le feste domenicali diventano un'appuntamento classico di questo movimento, e diventano l'occasione collettiva di scambio di esperienze e di relazioni.

Durante questi raduni spesso scoppiano incidenti e scontri con la polizia; cominciano ad essere applicate forme sempre piú esplicite di riappropriazione della merce con espropri di negozzi di lusso e generi alimentari. I giornali e le forze politiche non possono piú ignorare il fenomeno che ormai ha raggiunto proporzioni di massa, ma persiste nelle loro prese di posizione un'assoluta assenza di comprensione delle ragioni del fenomeno e ció che predomina è comunque la demonizzazione e l'invito alla criminalizzazione. Intanti i Circoli diffondono il loro programma Ribellarsi è ora? Si137

Le differenze tra ``nuova'' e ``nuovissima'' sinistra risaltano e confliggono in occasione del Festival del Parco Lambro, a Milano, dell'estate del 1976. Questo festival era stato preparato con cura dalla rivista Re Nudo e da Lotta Continua, e avrebbe dovuto sancire la ricomposizione tra le pratiche dei ``politici'' e le esperienze ``controculturali''.

Cosí non sará. Il festival è organizzato molto rigidamente, con il palco per i concerti, gli spazi per l'assemblea, gli astand dei cibi e delle bibita, gestiti dai gruppi rivoluzionari (che devono pagare 150.000 lire al giorno); la segreteria che comanda un duro e diffuso servizio d'ordine.

La situazione è da subito difficile: la giunta di sinistra non vuole dare l'allacciamento dell'acqua e poi tenta anche di togliere l'elettricitá; ma ancor piú complessa è la situazione delle soggettivitá presenti. Le femministe che conquistano il palco a schiaffi e spintoni; i gay che urleranno <<siamo qui per battere ma anche per combattere>>; la durezza del servizio d'ordine che <<con lo spacciatore ti spranga anche lo spacciato>>.

Ma la frattura piú profonda avviene con le <<culture>> espresse dalla massa giovanile confluita da tutta Italia. Il proletariato giovanile dimostra subito la sua insofferenza per lo stile e i programmi previsti. Esplode una contestazione violenta, vengono rovesciati i banchetti, conquistati spazi non previsti, organizzato nei fatti un controfestival. La dirigenza cercherá di placare la protesta facendo arrivare camion pieni di pollo arrosto, ma anche questo espediente non funzionerá, i camion verranno assaltati e i polli usati per giocare a pallone. Esproprio, riappropriazione e autogestione complessiva sono le dinamiche inconciliabili che governano la ribellione e sará inutile gridare <<Assemblea, Assemblea! Ai compagni non si espropria!>>138.

Le vicende del Parco Lambro segnano la totale rottura con la maggiorparte dei gruppi della nuova sinistra, fatta eccezione che con l'area dell'autonomia, che tenta di recuperare posizioni. Ma permette anche ai CPG di iniziare un ragionamento sulla necessitá di un coordinamento delle varie esperienze, che lasci il pi\' possibile autonomia alle singole esperienze, ma che eviti il rischio, fortissimo, dell'autoemarginazione.

Nasce cosí l'occupazione di Via Ciovassino, nel cuore del centro storico di Milano, il quartiere Brera, sede del coordinamento dei CPG. All'interno di questa esperienza nasceranno il Centro di lotta all'eroina, il Centro medico e di assistenza, il Centro di occupazione e coordinamento case per i giovani, il Centro contro l'apprendistato e il lavoro nero, il Centro di autodifesa legale, solo per dirne qualcuno; e la redazione del giornale del coordinamento stesso, Viola139.

Nel novebre si tiene all'Universitá Statale di Milano un ``Happening nazionale del proletariato giovanile'', a cui partecipano 3/4000 persone. Nonostante le divisioni, l'assemblea decide, tra le altre cose, di fare una manifestazione in dicembre per impedire la ``prima'' al Teatro alla Scala, appuntamento storico per la borghesia milanese, visto come momento di massima contraddizione visto il momento di crisi economica del paese e i richiami ai sacrifici che provengono da quasi tutto l'arco costituzionale, Pci in testa.

Questa manifestazione finirá in un disastro. Negli scontri con la polizia, che imbottiglia il corteo in via Carducci, rimarranno ferite decine di persone, 250 saranno fermati e 30 arrestati.

Nonostante la solidarietá espressa in tutti i quartieri, nonostante la convinzione e la determinazione a proseguire, si puó dire che il movimento dei Circoli non si riprenderá mai piú dalla <<sconfitta>> della Scala o sará comunque costretto a cambiare pelle e percorso. I territori dei Circoli verranno invasi dai militanti della lotta armata alla ricerca di nuove leve. L'autonomia organizzata sará a sua volta costretta a reggere il confronto con questa contraddizione scegliendo di alzare continuamente <<il tiro>> della propria azione territoriale. Il <<contropotere territoriale>> diventerá il paradigma degli uni e degli altri. In questo senso si puó affermare che un movimento del '77 (sul tipo di quello di Bologna) a Milano non è mai esistito e che mentre quello esplodeva in tutta Italia, nei territori metropolitani lombardi si consumava la drammatica scelta tra la clandestinazione della vita quotidiana, il bisogno-progetto di continuare a costruire <<spazi sociali>> di liberazione e la forza tragica del diffondersi del <<grande drago>> dell'eroina. [...] I giovani dei Circoli si rendono conto che è in corso una complessa partita a scacchi tra l'area dell'<<autonomia organizzata>> e l'estendersi della <<tendenza armata>>. Molti si convincono che ancora una volta il discorso è quello di accaparrarsi gente per la propria organizzazione, di reclutare. Si sentono un vaso di vetro tra due contenitori di ferro e acciaio. Inoltre una buona metá di coloro che arano leader dell'Aut-op era diversa da loro, <<stava bene>>; [...] il loro universo è il precariato, il lavoro nero, la piccola impresa, la loro condizione materiale è giá tutta inserita nei processi che domineranno gli anni '80: la <<centralitá operaia>> non l'hanno mai vissuta. [... Il] tentativo di elaborare un progetto politico partendo dalla propria esperienza territoriale arriva in una situazione metropolitana (e nazionale) dove si sta chiudendo la forbice repressione/lotta armata. [...] L'eroina avanza senza sosta e la scelta armata assume i contorni di una necessitá esistenziale, di un gesto di rigore per reagire alla dissoluzione dei fragili legami sociali appena costruiti. Rimangono nelle periferie e negli hinterland alcuni luoghi (una decina) di resistenza che consumeranno con forza e dignitá la loro esperienaza. All'orizzonte si profilano nuove esperienze che nascono e si formano sulle ceneri delle precedenti140.

3.2  Brutti, sporchi e cattivi

Dopo gli accenni fatti nel paragrafo precedente, è necessario dire qualcosa sul variegato modo dell'Autonomia Operaia. Le prime Assemblee Autonome sono addirittura precedenti il sessantotto, come quella di Porto Marghera; i Comitati Autonomi Operai si formano a cavallo del biennio 1968-'69, per poi entrare a far parte di Potere Operaio. Ma è con lo scioglimento di quest'ultimo, nel novembre del 1973, che nasce l'Autonomia Operaia Organizzata (da ora Aut. Op.).

Intanto nei quartieri, nelle scuole e nelle universitá nascono i Collettivi autonomi e i Collettivi Politici Studenteschi, che erano parte del progetto di Aut. Op., anche se mantenevano una grande autonomia di movimento.

Insomma, la storia di Aut. Op. è costituita da un arco di esperienze poltiche articolate e difformi, che si snodano per tutto l'arco degli anni settanta; storia che è caratterizzata da alune categorie ``forti'', come quella del rifiuto del lavoro.

``Rifiuto del lavoro'' vuol dire che dentro la struttura e la gerarchia dei rapporti sociali comandati dal lavoro salariato vive sempre un tessuto di comunicazione e organizzazione, che detiene informazioni, conoscenza, ``saperi'', che a esse si contrappone e a cui è alternativo141.

Un tipo di analisi che risale ai Quaderni Rossi di Panzieri, a cui collaborarono alcuni fondatori di Potere Operaio prima e di Aut. Op. poi: Antonio Negri e Sergio Bologna, per fare solo i nomi piú famosi.

Alcune importanti ``rotture teoriche'' sono alla base di questa area, e provengono direttamente da quelle analisi.

Innanzi tutto il ridimensionamento del ruolo della conquista del potere politico dentro il processo di liberazione e, all'interno di questo, la rivalutazione della storia delle classi operaie occidentali. Poi l'ancoramento saldo sull'organizzazione al sistema di bisogni materialmente espresso, che è il livello dato di autonomia di classe. [...] Una volta che si legga la societá capitalista non piú come il luogo del comando del capitale incontrastato dell'interesse di parte del capitale, della gerarchia che si esprime nel rapporto di lavoro salariato, ma come il luogo dello scontro tra lavoro e rifuto del lavoro; una volta che si riconosca che come lotta si organizzano quelle medesime risorse che sono sostanza dello sviluppo del capitale, e che i bisogni sociali possiedono una autonomia dal comando sul lavoro; che alla gerarchia costruita attorno al tempo del lavoro se ne contrappone un'altra costruita attorno al tempo della lotta, al tempo liberato dal lavoro, e che anch'essa detiene conoscenza, è tessuto di comunicazione e organizzazione sociale; riconosciuto tutto ció, il problema diventa quello della crescita e dell'arricchimento delle risorse che si presentano come ``non capitale, quello del blocco della sintasi sociale di parte capitalistica, della possibilitá di una sintesi diversa sul terreno non tanto dell'organizzazione del potere politico quanto si quello della struttura delle forze produttive''. Cioè diventa la destrutturazione del rapporto di capitale.

Se la societá non è piú vista come teatro di un solo attore, l'interesse di parte capitalista, bensí il rapporto di capitale, appare la sintesi faticosa degli interessi di due parti nemiche; se, accanto al principio regolatore del valore di scambio, motore potente della produzione sociale è l'interesse operaio al valore d'uso, se il potere sociale è diviso; allora la dimanica del potere operaio - non quello ``politico'', che vorrebbe governare lo stato, che non c'è e di cui non si sente la mancanza, ma quello ``sociale'' cje c'è, e partecipa potentemente al governo di questo mondo - la dinamica della crescita del potere operaio e della sua subordinazioe, i termini incessanti della sua lotta-trattativa, vanno investigati e ripercorsi con gli occhi di chi ne cerca le leggi e il principio di strutturazione, cioè la capacitá di essere organizzazione sociale postcapitalista, comunismo142.

Le tematiche dei ``nuovi bisogni'', dell'''operaio sociale'', dell'''autovalorizzazione'', che sono il punto di approdo di Aut. Op., sono la diretta conseguenza di queste analisi, e sono anche, e soprattutto, qualle tematiche che piú di ogni altra fanno presa sul nuvo soggetto politico descritto nel paragrafo precedente.

Un soggetto che vede nel proprio tempo di lavoro, lavoro subordinato e salariato, uno spreco, in cui non riesce a riconoscersi. E' altrove che si realizza questa generazione, nella socialitá, nella quotidianitá di un vivere diverso, dove tutto è messo in discussione.

Il divario tra produzione di capitale e organizzazione sociale si è approfondito fino a far corrispondere a un individuo ricco di capacitá, informazioni, conoscenze, bosogni, desideri, una produzione povera che riesce a organizzare non solo una parte crescentemente ridotta del suo tempo, ma quella parte di esso che è piú misera e vuota, insieme, delle cose che si conoscono e di quelle che si desiderano. Una produzione che costituisce solo una parte delle interrelazioni sociali di chi vi partecipa, che è un frammento e la sintesi di tutta la cooperazione sociale; soprattutto, una produzione che tale cooperazione, nel suo insieme, non riesce piú a comandare e ordinare. La circolazione dei ruoli e delle conoscenze in modo crescente e rilevante non si ordina piú secondo i criteri del lavoro produttivo di capitale, secondo le regole della prestazione di lavoro.

[...]

Non è piú salario contro profitto, cioè l'autonomia di interessi contrapposti nell'unitá di un meccanismo sociale,ma l'individuazione di una contrapposizione possibile di due modi di produzione, due universi di rapporti sociali143.

Molte delle cose esposte in questa lunga citazione sono in perfetta assonanza con quanto rivendicato non solo dai CPG, ma anche da segmenti importanti del movimento del settantasette.

Il lavoro di fabbrica, o comunque il lavoro salariato, è vissuto da questa generazione come un immiserimento di una condizione, collettiva, ben piú ricca e cooperativa. Il non lavoro è vissuto da ampie fasce sociali come una conquista, a cui poter rispondere con un'alternativa di vita ``altra'', fondata sulla solidarietá e sulla cooperazione sociale.

D'altro canto, la fabbrica non comanda piú, attraverso il mercato del lavoro, l'insieme dei comportamenti sociali, e la cooperazione sociale appare piú larga e ricca di quella che anima il lavoro produttivo di capitale: gruppi sociali in larga misura espulsi dal rapporto di lavoro, i giovani e le donne, conquistano forza di espressione e potere sociale, e mentre il tempo di lavoro di ognuno non solo viene soggettivamente vissuto come espropriazione di vita, come condanna e miseria, ma oggettivamente si svuota di conoscenza e forza creativa, il tempo libero in misura crescente cessa di essere il tempo subalterno della riproduzione della forza-lavoro per diventare tempo ricco di scambi e relazioni sociali, capace di comunicazione, elaborazione, coordinamento, detentore di risorse ingenti e conoscenze; insomma, una forza produttiva, che non è uguale al lavoro, ha un regime sociale piú largo, è attivamente abitata dalla lotta contro il lavoro144.

E' sulla ricchezza di relazioni, di fare comunitá e cooperazione (autovalorizzazione), che si basa il discorso teorico di Aut. Op.

In sostanza, in rapporto alle rotture operate dall'operaismo sul corpus teorico del marxismo-leninismo, l'esperienza ``autonoma'' aggiunge una concezione della crisi che non è piú quella del ``collasso sociale'', dell'esplosione, dell'incapacitá di fondo del capitale di far fronte alle esigenze sociali, bensí quella dell'esplosione di relazioni sociali, troppo ricche per essere ricondotte al rapporto di capitale, qualla dei limiti del comando di capitale su tutta la societá: non il crescere della miseria, ma del movimento di emancipazione, sta alla base del ``bisogno di comunismo''. Come dire, il contrario di una teroria della catastrofe: alla base di tutto ci si accorge che c'è la rilevazione della inadeguatezza, della povertá dei rapporti di potere presenti, a fronte della ricchezza delle relazioni sociali che si sono sviluppate e sono operanti145.

Questo discorso, basato sull'analisi del momento storico che si stava vivendo, è peró in un continuo rapporto dialettico con quello che proveniva dal nuovo soggetto che fece la sua comparsa a cavallo della seconda metá degli anni settanta. E viceversa.

Quasta capacitá di rapportarsi con i movimenti, dentro i movimenti, permette all'Autonomia di essere egemone per tutto il '77146.

Dentro questo discorso il problema del potere assume delle dimensioni del tutto particolari, e porta Aut. Op. a quelle contraddizioni che segneranno il suo fallimento.

In tutta la storia del movimento operaio la questione del potere è la base del progetto di riforma sociale.

Nel senso che la rivoluzione politica si vuole precedere quella sociale, e l'occupazione dello stato essere la base della modificazione dei rapporti di produzione: lo stato è, hegelianamente, il livello piú avanzato della cooperazione sociale e guida tutti gli altri. A partire dalla rivoluzione borghese; è questo - e con ció Stalin concluderá un discorso iniziato da Marx - che differenzia la rivoluzione proletaria da quella borghese, che quest'ultima si è impadronita prima della societá e poi dello stato, mentre la prima è destinata a seguire il cammino inverso, a governare dall'alto, dal massimo di concentrazione del potere, il rivoluzionamento dei rapporti sociali147.

E' evidente, a mio avviso, quanto sia eterodossa questa posizione rispetto alla questione del potere e dello stato. Il problema del potere politico si riduce al problema di come, e se, lo stato si adegua al mutamento. Non siamo piú di fronte alla classica teoria della ``presa del palazzo d'inverno'', mito fondativo di (quasi) tutti i movimenti ``rivoluzionari'' del XIX secolo, gruppi della nuova sinistra compresi; il nuovo potere che emerge (contropotere) non si da una ``rappresentanza'' istituzionalizzabile, perchè non è delegabile.

Questa opacitá nella distribuzione sociale del potere, questa dispersione che investe la sua ordinata articolazione gerarchica e che depotenzia il sistema grande, astratto e complesso, in favore del piccolo, concreto e semplice, aggredisce alle fondamenta l'analisi marxiana del potere. Nel senso che base di questa è l'assunzione della concentrazione del potere nella societá del capitale e la possibilitá di dare ad essa una forma positiva, modificando la forma dello stato in modo da svliluppare al massimo la ``partecipazione democratica'', di accrescerne la legittimitá e controllabilitá. A questo punto nasce peró un problema: il discorso sullo stato è in Marx, come in tutto il pensiero politico democratico, discorso sull'``eguaglianza''; il discorso sul comunismo è discorso sul libero sviluppo delle ``differenze'', sulla fine del diritto e sulla sua astrazione inumana. ``Il nesso tra i due discorsi non è dialettico in Marx, semplicemente non c'è''. [...] Perchè l'eguaglianza tra due uomini è un'astrazione, che passa sopra le differenze concrete di gusti, temperamenti, necessitá e desideri, e puó fare questo perchè considera gli uomini delle merci, intercambiabili nella prestazione di lavoro: per questo è eguaglianza ``solo'' politica, perchè quella vera, materiale, è riconoscimento delle differenze, abolizione del diritto. L`''eguaglianza'' è la sola base politica di ogni delega e partecipazione, il fondamento della poltica, insieme la sua possibilitá e il suo destino. Ma la sua base è il mercato, il lavoro salariato, dove ``un uomo di un'ora'' vale un altro uomo di un'ora148.

La scommessa di Aut. Op. era di provare a ``organizzare'', dare una ``coscienza'', a tutti quegli atteggiamenti che iniziano ad essere di massa nella seconda metá degli anni settanta, la cui prima fiamma è Mirafiori nel '73. L'idea ``forte'' era di far si che categorie come rifiuto del lavoro, autovalorizzazione e contropotere diventassero il punto di riferimento di questo nuovo soggetto politico che, comunque, di queste era sostanza.

Cosa succederebbe nel momento in cui atteggiamenti ``altri'' iniziassero ad essere veramente vissuti da grandi masse; nel momento in cui questi rapporti sociali, che fino a questo momento sono solo in nuce, riuscissero veramente a scardinare il <<comando del salario>>?

Il discorso dell'eguaglianza cessa di governare il processo di produzione, che va a snodarsi attorno a un problema nuovo: come si ad articolare il potere non attorno all'eguaglianza astratta che impone il mercato, ma attorno alle differenze concrete che animano il tempo nuovo della cooperazione sociale ricca? Marx parlava di generl intellect, di produzione sganciata dalla necessitá. [...] Quella che esplode a tutti i livelli, non è richiesta di ``partecipazione'' sulla base dell'eguaglianza, ma domanda di piú larga dislocazione di potere, di sua diffusione, di autonomia di spazi di gestione sulla base della ``diversitá'', della irriducibilitá a ``interesse generale'', al rapporto di maggioranza. I movimenti di lotta di questi anni, ovunque, hanno questo segno: non richiesta di differente gestione del potere, né rivendicazione di ``eguaglianza'', cioè di legittimitá maggioritaria, ma affermazione di una qualche diversitá irriducibile che si fa, in quanto tale, domanda di potere, apertura di contrattazione, richiesta di autonomia. Richiesta di avere voce in quanto ``diversi'', non in quanto uguali, richiesta di riconoscimento del potere che in questa diversitá è insito149.

Ci sono, in questo passaggio teorico, tutti i temi che oggi, piú di vent'anni dopo, stiamo ancora dibattendo accanitamente, tanto in filosofia politica quanto nel piú stretto dibattito politico di ``sinistra''. Ancor di piú, il tema della <<richiesta di partecipazione, di autonomia>> potrebbe essere visto come l'altra faccia del piú bieco leghismo, che proprio con la fine della stagione dei movimenti inizió la sua storia150

In questi anni, invece, la richiesta di ``autonomia'' arrivava da quei soggetti che facevano della propria socialitá, dalle proprie relazioni sociali foriuscite dal meccanismo del lavoro salariato, la base di una vita diversa.

Il movimento del '77 era socialmente articolato e complesso, per ben poca sua parte composto da ``emarginati'' [...]; la ricerca di una identitá non ``politica'' che ruota attorno a una differenza da far riconoscere e rispettare, sulla base della quale contrattare spazi di gestione delle risorse, appare il connotato dominante dei movimenti di questi anni151.

Non a caso i nuovi soggetti politici, i giovani che fanno il movimento nella seconda metá degli anni settanta, muovono i loro primi passi sui propri territori, con le occupazioni dei CPG e dei Cs; partendo, cioè, dai propri bisogni152 immediati. Per poi allargare la loro iniziativa a quegli aspetti che poneva loro la vita quotidiana: il lavoro nero, il prezzo degli affitti, delle bollette; la lotta all'eroina; il diritto al ``superfluo''.

La ``pratica dell'appropriazione'' diviene il punto d'identitá forse piú rilevante dell'area politica che si costituisce. Appropriazione di beni, cioè esproprio, illegalitá di massa, ``violenza diffusa''; ma anche autoriduzione delle tariffe, sociali, cioè allargamento della legalitá sulla base del consenso; e ``appropriazione'' in fabbrica della riduzione dell'orario di lavoro, sua riduzione unilaterale, non contrattata, ma attuazione operativa di una decisione di parte, un ``decreto''. Insomma, appropriazione come superamento della trattativa, come gestione di un potere di fatto sulla distribuzione della ricchezza come sull'orario di lavoro laddove questo sia praticabile: una tematica che ben si adatta a un discorso ``molecolare'' sul potere153.

Ma proprio su questo punto, sulla possibilitá o meno, sulla volontá o meno di gestire queste dinamiche, si sviluppa la terribile contraddizione (e, in parte, ambiguitá), che porterá al fallimento del progetto dell'Autonomia Operaia.

Quello che all'inizio del paragrafo ho definito <<variegato mondo>>, si rompe proprio all'inizio del movimento del settantasette, nell'autunno del 1976. La rivista Rosso, fino a quel momento punto di riferimento di tutta l'area dell'Autonomia si scinde, rimanendo ``in mano'' ai militanti del nord italia, in particolare all'Autonomia padovana e milanese. E nasce, nel centro-sud, una nuova rivista, I Volsci154.

Una terza area è quella dei cosiddetti ``creativi'', cioè quella bolognese della rivista A/Traverso e di Radio Alice, il cui piú famoso animatore é Franco Berardi detto Bifo.

Questa spaccatura è il segnale di una diversa ``strategia'' che le varie anime di Aut. Op. hanno rispetto al rapporto con i nuovi movimenti. Dove, sinteticamente, si puó dire che al nord Aut. Op. torna ad una pratica organizzativa di stampo ``leninista''155, mentre a Roma e nel sud continua la pratica di stare dentro il movimento; e i bolognesi che sono ``il movimento''.

Per dirla con due parole, c'era giá stata nell'ottobre del '76 una rottura pubblica con la struttura di Rosso di Milano, un cui militava anche Toni Negri, proprio per questa visione sovradeterminata della situazione milanese... rapporti scorretti, da ceto politico, con le autentiche e decisive strutture dell'autonomia operaia milanese: l'Assemblea autonoma dell'Alfa Romeo, il Comitato della Pirelli, il Collettivo operaio della Sit-Simmens... A Milano, Negri e Rosso sono autoreferenziali... non riescono a immaginare quello che che da lí a poco sarebbe accaduto... tant'è che Milano il '77 come movimento non l'ha vissuto156.

Ma è anche una forte crisi di analisi, di prospettiva politica, che porta a quelle ``scorciatoie'' classiche del movimento operaio e rivoluzionari, quale che sia la sua forma

In questo modo complesso, fatto di discontinuitá e divario fra lotte e organizzazione, il movimento del rifiuto del lavoro si incrocia con una storia politica che, pur volendo aderirvi ed essendone continuamente alimentata, non riesce ad essere risposta ai problemi che vengono posti. E' una storia che ha una chiave semplice: l'aderenza ai livelli piú elevati dello scontro sociale di questi anni, l'incapacitá di elaborare una identitá abbastanza articolata da saper rendere conto dell'insieme del tessuto di comunicazione del movimento e da saper rapportarsi a esso in modo diverso della riproposizione esemplare dell'esperienza guida.

Dentro questo quadro il movimento del '77 occupa un posto del tutto particolare: per la forza del suo impatto, per la novitá che esprime, per come innova tutti i termini della questione. L'autonomia è l'unica area poltica che entra in contatto con il movimento, che lo alimenta e ne è alimentata. E' anche l'unica, di conseguenza, a portarvi i propri limiti ed errori. Il '77 svela il minoritarismo e minimalismo del progetto politico dell'autonomia, il mistero dell'irrisolto problema del ``politico'' in essa [...]. Soprattutto cambia le carte in tavola, slarga gli orizzonti: l'ampiezza della mobilitazione ha rotto, probabilmente per sempre, quel gusto risorgimentale per i piccoli numeri che aveva cercato di sopravvivere, unico ``leninismo'' possibile, al crollo dell'idea di partito; e, insieme, la moltiplicazione dei linguaggi, lo spezzarsi del gergo ``politico'' e l'esplodere del discorso sulle ``differenze'' hanno posto sul tappeto, praticamente, l'urgenza e la possibilitá; le risorse, di una ideantitá complessiva complessa, ancorata alla ricchezza delle forze produttive espresse, non appiattita sull'antistituzionalismo rituale della storia ``autonoma'' appena trascorsa157.

Questa crisi, che è la crisi che ``viene messa in scena'' a Bologna, nel convegno del settembre '77, (una resa dei conti tra i tanti leaderini d'area che, in perfetto stile ``terzinternazionalista'', si scannano per l'egemonia nel movimento), porterá al frantumamento del movimento in mille rivoli diversi. Rivoli in cui, in una situazione di forte repressione generalizzata, di attacco verso tutto quello che non è ``istituzionale'', avranno vita facile i comportamenti piú canonici e beceri (le ``scorciatoie'') del mito rivoluzionario. Per gli altri, e le altre, non resta che rientrare ``nei ranghi'' di una vita che, fino a quel momento, è stata considerata la prima cosa da ribaltare, con grossi traumi psicologici. E tra chi non ce la fa, il terribile <<drago>> dell'eroina trova i maggiori fan.


Iniziano gli anni Ottanta.

Conclusioni

Esortazioni & Maledizioni

Esiste nella nostra storia un sapere minore, che sfugge di fatto a chiunque lo sfida nelle sue scacchiere di guerra, o peggio ancora, lo sfrutta nei falsi sistemi di partecipazione democratica. Si tratta di voci, brani di discorsi, lettere scritte in primavera, brusii, che diventano, qua e lá, forti e vivi, come una folla di persone.

Linguaggio che cessa di essere rappresentativo per tendere verso i suoi limiti estremi.

Non esiste storico illuminato, che possa permettersi una ricostruzione dei fatti di marzo a Bologna e che possa affermare a posteriori: <<Si tratta di un ritardo delle sinistre verso una nuova figura di classe che è esplosa nella sua rabbia>>.

Non esisterá uno storico, non tollereremo che esista uno storico, che assolvendo una funzione maggiore del linguaggio, offrendo i suoi servizi alla lingua del potere, ricostruisca i fatti, innestandosi sul nostro silenzio, silenzio ininterrotto, interminabile, rabbiosamente estraneo.

Nei brani dei discorsi, registrati nelle assemblee, balbettanti o urlati, nell'affanno delle telefonate trasmesse per Radio Alice, nei fogli di carta scritti nelle case alle quattro di notte dopo aver fumato, nei singhiozzi davanti al corpo di Francesco, non esiste nessun accenno a nessun cervello distratto.

Vive invece una certezza, nelle mani alzate a migliaia in segno di arresa, nelle bottiglie molotov preparate collettivamente, la certezza della sfida di coloro che detengono il potere ad assumere il potere fino al limite estremo, fino alla morte. Davanti a questa sfida del potere, e davanti alla sfida di chi, nella maniera piú servile, piú repressiva, piú ottusa, leggitimizza, difende e aspira al potere.

Un discorso senza soggetto comincia a parlare.

Davanti alla violenza totale, irreversibile, senza scrupoli, senza limiti del potere, un soggetto collettivo affronta il difficile, magico momento dell'accesso al segreto della parola; della parola che trasforma, della parola senza soggetto, della parola che dá corpo.

Questo libro è un discorso senza soggetto, frammentato, parziale, un luogo senza territorio, una cittá invisibile, che scivola sotto, che scappa dal tetto, che è assente dagli specchi ufficiali della stampa, dei comizi scritti, letti e ripetuti dai palchi delle piazze. Lasciamo ai teorici del prologo del cielo il progetto di portare la classe nello stato158.

Un'esortazione (una maledizione?) che è stata presa fin troppo sul serio. Fino a pochissimo tempo fa nessuno storico si è mai dedicato a questo movimento, a questo periodo, che ancora oggi si trascina dietro sofferenza, dolore, carcere, esilio.

Un periodo che è stato il teatro di grandi trasformazioni, che hanno visto cambiare radicalmente le abitudini, i costumi, la cultura, il modo di vivere degli abitanti di questo paese.

Trasformazioni che non sono state indolori, e che proprio per questo motivo, forse, hanno aiutato a gettare una cappa d'oblio su questi anni.

Eppure, nonostante televisioni, stampa e buona parte della storiografia, il Settantasette, e tutti gli anni Settanta in generale, non sono stati solo ``anni di piombo''.

Sono stati gli anni in cui la societá civile, e quindi la democrazia, è stata la vera protagonista della dialettica politica del nostro paese.

E' grazie a questo protagonismo che l'Italia è diventato un paese democratico, in tutte le sue istituzioni piú importanti: la famiglia (in tutte le sue forme), la scuola, i luoghi di lavoro, nelle varie forme collettive della socialitá. Soprattutto in quegli anni.

Trasformazioni che hanno investito, soprattutto, il modo di vivere, le possibilitá di scelta di vita, per tutti e tutte; anche nelle forme piú radicali.

Questa nuova libertá è stata declinata in modi tra loro assai diversi, spesso contradditori e conflittuali, che peró hanno permesso che continuassero a crescere gli spazi di libertá conquistati.

Una libertá che è stata anche il voler mettere in discussione ``lo stato di cose presenti'', a partire dalla propria vita, dal proprio personale.

La grande paura è passata?

Anni, insomma, che sono stati tante cose, ma di cui, a noi, le generazioni che non li hanno vissuti, è stato trasmesso solo l'alone di morte e di disperazione.

Eppure non ci sono state solo le Brigate Rosse, le sprange e il grigio piombo.

C'è stata la gioia, la voglia di vivere e di sognare; la voglia, e la forza, di conquistarsi i propri bi/sogni159.

Ma cosa rimane di quella stagione, che memoria è rimasta a tutti noi? Il nostro ventenne immaginario, che idea si puó essere fatto?


Solo grazie allo sparuto drappello di pochi e poche reduci, che non si sono arresi all'avanzare del secolo della plastica, a persone, compagni, come Primo Moroni, di quegli anni è rimasta traccia.

Una traccia difficile da seguire, chiusa nei fortilizi della memoria, luoghi (corpi) ai margini della ``cultura'', della Tradizione; e che per questo hanno da dare, a chi ha la forza di cercarli, tutta la loro carica di alteritá.

Per il resto rimane la melodia di fondo; la melodia del tranquillo e rilassante chiocciare di chi ha vinto, di chi ha deciso che quello in cui viviamo è l'unico mondo possibile.

Baroni, padroni, pompieri, aspiranti dirigenti / topi di sezione, oscuri burocrati, gente con la linea in tasca / Forse tra qualche giorno ce ne andremo / e proverete a dimenticare / tornando con: bacheche, circolari / processo democratico, giornali / registri, libri mastri, orpelli / specchietti, proposte in positivo / ma azioni construttive, delegati e mozioni / (ma non rompete i coglioni) / Direte: era un fuoco di paglia / un'oscura marmaglia / senza proposizioni (ma non rompete i coglioni) Ma tutto questo non è stato invano / noi non dimentichiamo... / Per il vostro potere fondato sulla merda / per il vostro squallore odioso, sporco e brutto / Pagherete caro, pagherete tutto160.

Pagherete caro, pagherete tutto

Nessuno ha pagato161, se non gli autori di questa scritta (scritta che per parecchi anni è rimasta sui muri dell'Universitá di Roma). E la generazione che in quegli anni ha provato a cambiare il mondo.


Ma tutto questo silenzio qualcosa dice, forse. La grande paura è finita?

[...]

Ora Fango e' per la strada, lungo i muri e nel quartiere
nella culla dei bambini dorme e non si fa vedere
ma tu senti il suo calore sulla punta delle dita
Fango nasce nel tuo corpo e trasforma la tua vita162.

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Note:

1Ho scelto il ventennale perchè è stato uno dei pochi momenti in cui si è parlato abbastanza diffusamente di questo avvenimento

2Ricordo che il manifesto è nato nel 1971 diventando uno dei quotidiani di riferimento della ``nuova sinistra''.

3G. Manfredi, Ma chi ha detto che non c'è, Milano, 1977.

4Liberamente tratto dalla Cronologia in AA.VV., Settantasette, vol. I, Roma, il manifesto, sd., p. 30.

5Queste sigle stanno ad indicare la Federazione Giovani Comunisti Italiani, la Federazione Giovani Socialisti Itailiani, il Partito di Unità Proletaria e Avanguardia Operaia.

6Secondo alcune testimonianze l'agente Arboletti sarebbe stato colpito dal fuoco incrociato dei suoi stessi colleghi. Vedi Cronologia in AA.VV., Settantasette, cit., ibid.

7Ibid.

8<<[... ] Si chiama Indiano Metropolitano. Sulle mura del recinto ha scritto: ``Non é il '68 é il '77, non abbiamo ne passato ne futuro, la storia ci uccide [... ]>>, G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi, Uno strano movimento di strani studenti. Composizione, politica e cultura dei non garantiti, Milano, Feltrinelli, 1978.

9L. Villoresi, E venne l'anno della compagna P38, Roma, la Repubblica, 10 febbraio 1997, pp. 14-15.

10L. Villoresi, E venne l'anno... , cit., p.14.

11Ibid.

12L. Villoresi, E venne l'anno... , cit., ibid.

13AA.VV.,Sarà un risotto che vi seppellirà, Milano, SquiLibri, 1976.

14P. Moroni, Origine dei centri sociali autogestiti a Milano. Appunti per una storia possibile., in AA.VV., Comunità virtuali. I centri sociali in Italia., Roma, Manifestolibri, 1994, pp. 43-74.

15L.Villoresi, E venne l'anno... ., cit., p. 15.

16N. Aiello, E Parigi si innamorò dell'indiano metropolitano., Roma, la Repubblica, 12 febbraio 1997, p. 36.

17A. Asor Rosa, Le due società., Torino, Einaudi, 1977.

18N. Aiello, E Parigi si innamorò... , cit., ibid.

19N.Aiello, E Parigi si innamorò... , cit., p. 37.

20Ibid.

21l.v[Luca Villoresi], Che fine hanno fatto i ragazzi del '77? Eclissati, Roma, la Repubblica, 10 febbraio 1997, p. 15.

22Ibid.

23Ibid.

24Ibid.

25<<Perchè se l'onda lunga del '68 ha avuto il tempo e la voglia di lasciarsi alle spalle una lunga scia di reduci, i marosi del '77 sembrano aver spinto i sopravissuti a un'esistenza più appartata, nella quale, tuttavia, la rinuncia alla politica militante non comporta necessariamente anche quella alle convinzioni>>, ibid.

26Ibid.

27Ibid.

28Ibid.

29M. Smargiassi, Noi, figli innocenti di Radio Alice., Roma, la Repubblica, 12 febbraio 1997, p. 37.

30E' difficile separare gli ambiti e abiti mentali dei giovani che fecero il settantasette e i CPG; sono gli stessi anni, la stessa generazione, la stessa cultura, esplicitatesi in città diverse con forme diverse. Sarebbe una ricerca interessante.

31Di questo aspetto ne parlerò nei prossimi capitoli, quando tratterò, in particolare dei libri di Claudia Salaris, il movimento del settantasette., Bertiolo, AAA Edizioni, 1997, e di Klemens Gruber, L'vanguardia inaudita., Milano, Costa & Nolan, 1997, e del saggio di Primo Moroni, Un'altra via per le Indie. Intorno alle pratiche e alle culture del '77., in DeriveApprodi [AA.VV.], Settantasette. La rivoluzione che viene., Roma, Castelvecchi, 1997.

32Ibid

33A/traverso è stata la rivista del movimento bolognese, tra i cui massimi promotori è stato proprio Franco Berardi ``Bifo''. Nata nell'ottobre del 1975, fu anche il laboratorio politico da cui nacque Radio Alice, la più famosa ``radio libera'' d'Italia.

34F. Berardi (Bifo), Pour en finir avec le jugement de dieu, in DeriveApprodi [AA.VV.], Settantasette. La rivoluzione che viene... , cit., p. 166.

35M. Smargiassi, Noi, figli innocenti... , cit., p. 37.

36M. Smargiassi, Noi, figli innocenti... , cit., ibid.

37L. Castellano, Vivere con la guerriglia, sl (ma Roma), Preprint, 1 dicembre 1978, in L. Castellano, La politica della moltitudine, Roma, Manifestolibri, 1996, pp. 133-140.

38P. Moroni, Origine dei centri sociali autogestiti... , cit.

39L. Lipperini, Nessun erede, qualche superstite, Roma, la Repubblica, 12 febbraio 1997, p. 36.

40Ibid.

41Ibid.

42S. Fiori, Anni settanta. Lo storico é in fuga, Roma, la Republica, 3 marzo 1997, p. 25.

43Considerando che l'argomento principe, in questi casi, non é tanto il terrorismo, quanto le ``oscure trame'' che stanno dietro ad esso.

44Ibid.

45Ibid.

46R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1953.

47Cfr. C. Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

48Come il bel libro di Claudio Pavone sta a dimostrare. Ancora oggi, solo il titolo di questa opera, Una guerra civile, ha scatenato grosse polemiche nella storiografia italiana. In particolarmodo in quella più legata alla tradizione del Pci.

49S. Fiori, Lo storico é in fuga... , cit., ibid.

50M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in AA.VV., Storia dell'Italia repubblicana, vol.II, 2, La trasformazione dell'Italia: sviluppo e squilibri, Torino, Einaudi, pp. 385-476.

51M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, cit, pp 462-464.

52Uno dei motivi per cui nascono strutture come Magistratura Democratica, Medicina Democratica, ecc. Tutti soggetti nati dalla società civile per ottenere quelle condizioni di libertà democratica che nessun partito, neanche il Pci, era in grado di ottenere.

53M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, cit., p. 466.

54Vorrei sottolineare che in nessun articolo de la Repubblica c'é una riga in cui si spieghi chi erano gli ``autonomi'', e cosa hanno fatto. Il nostro giovane dovrà cercare altrove.

55N. Balestrini, Gli invisibili, Milano, Bompiani, 1987, p. 278.

56G. Manfredi, Ma chi ha detto che non c'é, cit.

57AA.VV., millenovecentosettantasette, Roma, manifestolibri, 1997.

58R. Rossanda, Gli anni settanta finirono nel '77, in AA.VV., Settantasette, vol. I, Roma, il manifesto, sd., p. 15.

59N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro, Milano, Feltrinelli, 1997, Pp. 434-435.

60Ibid., p. 435.

61Ibid., p. 436. Corsivo mio.

62E' la trasformazione dell'intero paradigma produttivo, e quindi anche trasformazione sociale, a mettere in crisi partiti e gruppi della ``nuova sinistra'', come cercheró di descrivere nella continuazione del paragrafo. <<[... ] la devastante trasformazione produttiva determinó l'entrata in crisi delle forme di rappresentanza extraparlamentari che furono il sensore di una piú vasta crisi che avrebbe poi investito tutte le altre forme di rappresentanza del sistema dei partiti>>, P. Moroni, Cercando il policarpico, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, Roma, il manifesto, sd., p. 7.

63<<Il problema che le elites capitalistiche avevano in comune è che era diventato insufficiente un controllo del mercato del lavoro attraverso le stratificazioni salariali e le divisioni razziali, etniche, sessuali, culturali, in quanto queste differenze avevano finito per rovesciarsi in fattori di insubordinazione e di oraganizzazione autonoma.>>, Ibid., p. 5.

64Cfr. A. Fumagalli, Aspetti dell'accumulazione flessibile in Italia, in S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione, Milano, Feltrinelli, 1997, Pp. 133-169.

65M. Revelli, Il luogo perduto del conflitto, in AA.VV., Settantasette, Vol. II, Roma, il manifesto, sd., p. 4.

66Ibid., p. 5.

67P. Virno, Do you remember controrivolution?, in Futuro Anteriore, Vol. I, Parigi-Roma, L'Harmattan, 1995, p. 135. Questo articolo di Paolo Virno è uscito anche nel libro della manifestolibri AA.VV., millenovecentosettantasette, tagliato peró della parte da me citata. La versione completa è infine ripubblicata nella seconda edizione di P. Moroni e N. Balestrini, L'orda d'oro, cit., Pp. 639-657. Le virgolette sono dell'Autore.

68Articoli in seguito riuniti in un libro di successo, Le due societá, cit., il cui sottotitolo è Ipotesi sulla crisi italiana.

69<<Pochi anni dopo cominció a circolare nella Germania federale una formula destinata a duraturo successo: la ``societá dei due terzi''>>, M. Bascetta, Dalle <<due sicietá>> alla societá duale, in AA.VV., millenovecentosettantasette, cit., p. 66.

70Cfr. Ibid., Pp. 61-67.

71Ibid., Pp. 63-64. Le virgolette sono dell'Autore.

72Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, cit., M.  Revelli, Il luogo perduto del conflitto, cit., e, dello stesso autore, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e postfordismo, in P. Ingrao e R. Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Roma, manifestolibri, 1995, Pp. 161-224, P. Virno, Do you remember controrivolution, cit.

73P. Virno, Do you remember controrivolution, cit., p. 136.

74F. Berardi (Bifo), Il mio '77, in AA.VV., Settantasette, Vol. I, cit., p. 20.

75C. Fotia, Il Pci contro i giovani, in AA.VV., millenovecentoettantasette, cit., p. 77. Virgolette dell'Autore

76Ma che qualcosa ``bollisse in pentola'' era evidente giá da qualche anno. Dal 1973, con l'occupazione di Mirafiori descritta sopra; con il movimento, impetuoso anche se breve, dei Circoli del Proletariato Giovanile.

77C. Fotia, Il Pci contro i giovani, cit., p. 79.

78Ibid.

79A. Colombo, Ilmio '77, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., Pp. 14-15.

80P. Virno, Do you remember controrivolution, cit., p. 138. Virgolette e grassetto dell'Autore.

81A. Colombo, Il mio '77, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p. 15

82P. Echaurren, Parole ribelli. I fogli del movimento del '77, Roma, Stampa Alternativa, 1997, p. 4

83Nome parafrasato da Gandalf il grigio, personaggio di J. R. R. Tolkien, autore del celebre e monumentale romanzo fantasy Il signore degli anelli, uscito proprio nel 1977 per la prima volta in Italia.

84Scena immortalata anche dalle telecamere della Rai, e passata in televisione molte volte nel 1997, durante la trasmissione Blob.

85P. Echaurren, Parole ribelli... , cit., p. 4.

86P. Moroni, Cercando il policarpico, cit., p. 4.

87AA.VV., Sará un risotto che vi seppellirá, cit.

88<<La Fiat è bloccata da uno sciopero ad oltrenza che, per molti aspetti, assomiglia ad una vera e propria occupazione degli stabilimenti. E' il momento culminante della vertenza per il contratto integrativo aziendale. Ma, soprattutto, e' l'ultimo, grande episodio di offensiva operaia negli anni '70. Ne sono protagonisti assoluti i diecimila nuovi assunti, che hanno cominciato a lavorare negli ultimi due anni. Si tratta di operai ``stravaganti'', simili in tutto (mentalitá, abitudini metropolitane, scolarizzazione) agli studenti e ai precari che avevano riempito le piazze nel '77. I nuovi assunti si sono distinti fino a quel momento per un assiduo sabotaggio dei ritmi di lavoro: la ``lentezza'', ecco la loro passione. Con il blocco della Fiat, intendono riaffermare la ``porositá'' o elasticitá del tempo di produzione. Sindacato e Pci li sconfessano, condannando apertamente la loro disaffezione al lavoro>>. P. Virno, Do you remember controrivolution?, cit., Pp. 138-139. Virgolette dell'Autore, grassetto mio.

89Spero sia chiaro che con ``di massa'' io intendo una consistente minoranza.

90<<Perchè in un momento di crisi il proletariato deve mangiare carne di maiale e il borghese carne di vitello?>>, M. Grispigni, Elgio degli invisibili, in AA.VV., millenovecentoettantasette, cit., p. 41.

91Ibid., Pp. 43-44. L'oroginale è Un altro '68, sl., Corrispondente operaio, n. 1, febbraio 1977.

92P. Moroni, Cercando il policarpico, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p. 5.

93M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 49. Originale Il lavoro rende liberi e belli, sl., La Rivoluzione, n. 0, [febbraio] 1977.

94La rete e il nodo dopo la militanza, s.l. [ma Bologna], A/traverso, s.n., febbraio 1977. In M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 53.

95Ibid., p. 55.

96Ibid., p. 57

97Ibid., p. 55. Cfr. F. Liperi, La rivoluzione via etere, in AA.VV., Settantasette, cit., pp. 105-114.

98Cfr. P. Moroni, Origine dei Centri Sociali Autogestiti a Milano. Appunti per una storia possibile, in AA.VV., Comunitá virtuali, cit.

99Angelo ed Enrico, La storia, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p. 22.

100Ibid. In questo caso chi parla di Torino. Se si confronta con il saggio di Primo Moroni, Origine dei Centri Sociali Autogestiti a Milano, cit., si leggeranno cose quasi completamente indentiche.

101M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 45. <<E tuttavia (va detto subito), se c'è qualcosa che appare profondamente estraneo alla tradizione del movimento operaio (ma non, sostiene Dario Fo, a quella popolare) è certamente il vitalismo creativo>>, M. Monicelli, L'ultrasinistra in Italia. 1968-1977, Roma-Bari, Laterza, 1978, pp. 98-99.

102Guido Giannettini, esponente di spicco del neofascismo italiano e internazionale, implicato in tutte le peggiori azioni terroristiche ``nere'' dal '69 all'80, è, in quegli anni, al soldo dei servizi segreti italiani. Cfr. AA.VV., La strage di stato, Roma, Samoná e Savelli, 1971 e F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Milano, Feltrinelli, 1995, in cui è citato in 34 pagine di un libro di 400. Secondo solo a SIFAR, SID, Delle Chiaie e Freda. Al pari di Evola, Rauti e Fioravanti.

103Francesco Lorusso, giovane militante di Lotta Continua, assasinato dai Carabinieri l'11 marzo 1977, a Bologna.

104La legge ``Reale'' è del 1975, <<un'autentica ``licenza di uccidere'' delegata alle ``forze dell'ordine'' (provocherá 350 vittime nei primi dieci anni di applicazione)>>, N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit., p. 661. Vedi anche Centro di iniziativa Luca Rossi (a cura di), 625 Libro bianco sulla legge Reale, http://www.ecn.org/lucarossi/625/625. Come si vede dalle tabelle tratte da questa inchiesta, nel 1989 saranno 625. <<[...] Il ``colpo accidentale'' viene utilizzato come spiegazione in 65 casi, pari a circa il 10% del totale. [...] Emblematico è in questo senso il dato che si ricava analizzando le prime due voci - posto di blocco o intimazione di alt e inseguimento - che costituiscono la grande maggiornaza dei casi. Ovvero vi è la determinazione a sparare, e quindi ad uccidere, da parte degli agenti, soprattutto in momenti in cui la potenziale vittima è in fuga e non mostra atteggiamento di sopraffazione ma, anzi, sta per scamparla>>. In Ibid., http://www.ecn.org/lucarossi/625/625/tab4.htm

105un compagno, La storia, in AA.VV., Settantasette, Vol. I, cit., p. 24.

106Ibid., p. 25.

107Si fa riferimento, in questo caso, alla manifestazione del Coordinamento cittadino dei Circoli del Proletariato Giovanile del 7 dicembre 1976 a Milano, organizzata per bloccare la ``prima'' della Scala. Manifestazione che finí con scontri durissimi e che segnó la fine del movimento dei CPG. Cfr. AA.VV., Sará un risotto che vi seppellirá, cit. e P. Moroni, Origine dei Centri Sociali Autogestiti a Milano, cit.

108M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., pp. 42-43.

109<<Sullo sfondo della forza devastante della ristrutturazione industriale e del decentramento produttivo che centrifuga i soggetti sociali nei territori metropolitani e nei grandi hinterland segnati dall'intreccio apparentemente inestricabile tra grande, media e piccola fabbrica, terziario e lavoro nero>>, le comunitá, che fino a quel momento avevano fatto da asse della socialitá urbana, vengono spazzate via. Con maggior violenza nelle grandi cittá del nord-ovest. P. Moroni, Cercando il policarpico, cit., p. 7.

110M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 42.

111Ibid., p. 43. Le sottolineature sono mie.

112B. Vecchi, I luoghi, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p.25.

113<<Io e Bonolli ci trovammo, nel maggio del '77, accucciati dietro una macchina su Corso Vittorio, di fronte a Piazza della Cancelleria, e facemmo una scoperta agghiacciante: che persone della polizia sparavano sui ragazzi che, centinaia di metri piú in lá, oltre il Corso, facevano cucú ai cellerini e tiravano sanpietrini. Mentre io e Bonilli eravamo lí, e con noi un fotografo, arrivó un tipo giovane con maglietta a righe, che si inginocchió, ignorandoci, posó l'avambraccio sul cofano della macchina, prese la mira e cominció a sparare, quei colpi sordi, tup tup, ciascuno dei quali poteva significare uno squarcio nella carne. Qualche ora dopo, sul Ponte Garibaldi, Giorgiana Masi fu uccisa>>, P. Sullo, Il mio '77, in AA.VV., Vol. I, p. 21.

114B. Vecchi,I luoghi, cit, p. 27.

115N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit., p. 665.

116G. Manfredi, Ma chi ha detto che non c'è, cit.

117Vedi la bibliografia

118La rivista fondata da Raniero Panzieri nel 1962 e considerata la ``madre'' dell'operaismo.

119vedi Gruppo Gramsci, Una proposta per un modo diverso di fare politica, Milano, Rosso, dicembre 1973.

120Cfr. La rivoluzione del femminismo, capitolo 9 del libro di N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit., pp. 473-503. I testi che si occupano di questo snodo storiografico, il femminismo, sono talmente tanti, la letteratura sull'argomento è tale che non basterebbero 10 tesi per ricapitolare tutto il dibattito che c'è stato in questi ultimi trent'anni. Un aspetto singolare del mio lavoro, peró, è stato scoprire che al femminismo è stoto dedicato, nei quotidiani, nelle riviste e nei testi che ho preso in considerazione, ben poco spazio. Anch'io ne ho parlato poco, anche se ci sarebbero state molte cose da dire e molte riflessioni da fare, proprio per la scarsitá che mi sono ritrovato tra le mani. Meglio tacere, piuttosto che dire sciocchezze o, peggio, banalitá.

121Ibid., pp. 505-506. Cose simili sono scritte nel giá citato articolo del Gruppo Gramsci del 1973, Una proposta per un diverso modo di fare politica: <<Perchè non è piú possibile rivolgersi da avanguardie a avanguardie con un linguaggio parrocchiale da ``esperti'' della politica, saper tutto l'abc - e anche la m e la l - del marxismo leninismo e non riuscire a parlare concretamente di noi e delle nostre esperienze. Perchè la coscienza e le spiegazioni devono diventare evidenti attraverso una esperienza delle proprie condizioni, problemi e bisogni e non solo attraverso le teorie che descrivono meccanismi. [... ] Infine, perchè si giunga a porre concretamente i primi embrioni di vita diversa, di un modo diverso di essere noi stessi e di avere rapporti personali>>. Ibid, p. 508.

122Su questo fenomeno sono da leggersi i fondamentali saggi di Primo Moroni, l'unico studioso che si è interessato seriamente di questo fenomeno misconosciuto. Vedi il giá citato P. Moroni, Origine dei centri sociali autogestiti a Milano e l'altrettanto importante Un certo uso sociale dello spazio urbano, in AA.VV., Centri sociali: geografie del desiderio, Shake Edizioni underground, p. 161-187.

123P. Moroni, Origine dei centri sociali autogestiti a Milano, cit., pp. 50-51.

124P. Moroni, Un certo uso sociale dello spazio urbano, cit., p. 169.

125Vedi il primo capitolo

126P. Moroni, Un certo uso sociale dello spazio urbano, cit., p. 169.

127S. Bianchi, Figli di nessuno, in AA.VV., Settantasette. La rivoluzione che viene, cit, p. 277.

128Ibid.

129``Ciclo del sommerso'' è stato eufemisticamente definito, dagli economisti neo-liberisti della fine degli anni settanta; quelli che decantarono, e decantano, ancora oggi, le meravigliose e progressive conquiste dei distretti industriali.

130Due quartieri popolari di Milano.

131P. Pozzi, Insurrezione, 1985, inedito, in AA.VV., Settantasette. La rivoluzione che viene, cit., p. 16.

132Consiglio di guardare con attenzione le cartine che sono inserite nel saggio di Primo Moroni Un certo uso sociale dello spazio urbano, in cui sono descritti i diversi modi di porsi, materialmente, che hanno avuto dal sessantotto ad oggi i vari movimenti nella cittá di Milano.

133Da Eppur si muove... , foglio dei circoli del Coordinamento zona Sud, Milano, 1976, in P. Moroni, Un certo uso sociale dello spazio urbano, cit., p. 173.

134P. Moroni, Origine dei Centri sociali autogestiti a Milano, cit., p. 54.

135P. Moroni, Un certo uso sociale del territorio urbano, cit., p. 174. Il piú famoso dei centri sociali italiani è sicuramente il Leoncavallo, occupato nell'ottobre del 1975 e tuttora operante.

136Intervista a Primo Moroni in A. Ibba, Leoncavallo. 1975-1995: vent'anni di storia autogestita, Genova, Costa & Nolan, 1995, p. 34.

137N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit., p. 513.

138P. Moroni, origine dei centri sociali autogestiti a Milano, cit., p. 55-56 per tutto il racconto del Festival.

139<<L'origine del nome della testata ha un suo significato. Si voleva evitare il classico ``rosso'' comunista, il ``rossonero'' comunista-libertario, il ``rosa'' delle femministe. ``Viola'' permetteva inoltre di giocare sul doppio significato di ``violare''>>, Ibid., p. 75

140Ibid. pp. 60-63.

141L. Castellano, Introduzione, in L. Castellano (a cura di), Autonomia Operaia, Roma, Savelli, 1980. Citato in N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit. p. 448.

142Ibid., pp. 450-451.

143Ibid., pp 451-452.

144Ibid., p.453.

145Ibid., p. 454. Il corsivo è dell'Autore.

146Un rapporto difficile e conflittuale, che in molti casi finisce in aperto scontro, ma che continua fino alla fine degli anni settanta e anche oltre

147Ibid. Il corsivo è mio.

148Ibid. pp. 455-456. Il corsivo è mio.

149Ibid. p. 456-457. Corsivo dell'Autore.

150La Lega Nord, ``mamma'' di tutte le leghe, viene fondata nel 1979.

151Ibid., p. 457.

152bi/sogni, avrebbero scritto allora.

153Ibid., p. 460.

154Che prende il nome della via in cui hanno sede i Collettivi Autonomi di Roma, via dei Volsci, nel popolarissimo quartiere S. Lorenzo.

155Su questa polemica, vedi F. Berardi (Bifo), La nefasta utopia di Potere Operaio, Roma, Castelvecchi, 1998.

156Intervista a Vincenzo Migliucci di Claudio Del Bello, in AA.VV., Una sparatoria tranquilla. Per una storia orale del '77, Roma, Odradek, 1997, p. 15.

157L. Castellano, Introduzione, cit. p. 462. Il corsivo è dell'Autore.

158autori molti compagni, bologna marzo 1977 ... fatti nostri... , Verona, Bertani, 1977, pp. 11-12.

159Pratiche e inclinazioni che, per fortuna, non sono andate del tutto smarrite da allora. <<Quello che abbiamo è quello che ci siamo presi; e quello che ci siamo presi, è solo una piccola parte di quello di cui abbiamo bisogno>>, Assalti Frontali, Conflitto, Roma, disco autoprodotto, 1992.

160M. Grispigni, Il settantasette, Milano, il Saggiatore, p. 27.

161E' di questi giorni l'ennesima richiesta di amnistia per i reati di ``tangentopoli''; reati commessi da quel ceto politico che ``ripristinó la legalitá democratica'' tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta...

162R. Gianco, Fango, Milano, 1977.